domenica, settembre 30, 2012

Apocalittica riflessione sul lavoro.

Quest'estate si era al mare. Si era comodi (rilassati per quanto possibile) e la sera si stava fuori a chiacchierare e, fornitura frigo permettendo, a scolare bibite di vario genere.
Ero in Veneto (Weneto, come dice Bacilieri), la regione dove sono nato, con la famiglia di uno dei miei migliori amici di sempre.
Parlando del più e del meno, una sera il mio amico dice approssimativamente così: " credo che il lavoro sia la più grande truffa della nostra civiltà, ed è assurdo pensare che un'esistenza abbia dignità solo se passata lavorando".
La cosa al momento mi stordì, per il semplice fatto che poteva sembrare una frase messa lì a cazzo ( immagino che anche chi legga fuori dal contesto possa pensare esattamente questo), ma in quel momento era un qualcosa con un peso incredibilmente specifico. E lo ha ancora adesso che mi trovo a ripensarlo.
Io in un certo periodo della mia vita avevo smesso di fare i fumetti: ci avevo rinunciato. Preferivo altre cose e sostanzialmente non credevo che lo avrei mai fatto di mestiere. Avevo fatto parecchi tentativi e ogni volta mi sembrava di allontanarmi di più dai miei obbiettivi. Mi trascinavo all'Accademia ( avevo fatto anche un anno di Lettere) e facevo lavori di qualsiasi tipo per pagarmi le spese e gli affitti vari. Avevo deciso di smettere dopo una doppietta che mi ero propinato nel tentativo di essere pubblicato.
Una cosa era con uno sceneggiatore non professionista di Padova, che mi fece fare una storia breve da proporre all'Eura ( con cui aveva a sua detta agganci sicuri), l'altra erano delle prove per la Marvel Italia, per Conan il Barbaro nello specifico, perchè un editor era venuto a fare una conferenza all'Accademia e mi disse che forse c'erano degli spiragli per produrre qualcosa direttamente nel nostro paese.
Erano queste cose qua:


Dall'Eura ci fu una risposta quasi kafkiana: mi dissero che avrebbero portato il plico nei loro archivi, e se mai ci fosse stato spazio, l'avrebbero pubblicata. Solo in quel caso mi avrebbero contattato per pagarmi. Io mi immaginai il magazzino dei "Predatori dell'arca perduta" e un facchino che depositava il mio plico accanto ad un altra storia a fumetti fatta da un esordiente che voleva pubblicare, nel 1952.
L'editor della Marvel Italia invece mi ricevette a casa sua, a Bologna in una situazione di trasloco. Mi parlò tutto il pomeriggio del più e del meno, spostando pacchi e caricandoli in macchina, come se fossi arrivato a Bologna appositamente per farmi i cazzi suoi. Ad un certo punto, dopo tutta quella confidenza raccolta in casa,  gli dissi: "si vabbè, io sarei venuto qua anche per sapere se posso disegnare per voi". A quel punto tutta la giovialità dell'incontro si trasformò. Divenne qualcosa di solenne, ma anche di tragico; Sentii come un Requiem rieccheggiare nella sala. L'editor mi chiese con una voce sibilante: "tu lo sai, cosa significa fare questo lavoro?" io, candidamente risposi " in realtà no, visto che non me l'hanno mai fatto fare, però mi piacerebbe iniziare" l'editor si avvolse in un mantello ipotetico, come se lui solo custodisse il segreto utile per varcare la soglia del professionismo: "Non basta volerlo fare, non basta!"
Cioè, mi aveva convocato per dirmi questo.
Dopo essere tornato a Vicenza, mi dissi che ne avevo abbastanza, e che sicuramente avrei fatto qualcos'altro nella vita. L'ambiente ai miei occhi, era pieno di sballati che ti facevano fare i salti mortali per non ottenere nulla, e anche se ci riuscivi a lavorare, sarebbe stato impossibile viverci.
Per dire che questi ultimi due episodi erano stati solo l'apice di una serie di avventure grottesche accadutemi nei cinque-sei anni precedenti.
Come dimenticare di quando mi dissero, che se proprio volevo guadagnare qualcosa coi fumetti, mi dovevo buttare sul porno? Dopo averci messo anni ad accumulare un portfolio di storie di avventura, di fantascienza, o heroic-fantasy, con ambientazioni, armi, astronavi, supertizi di ogni genere (con devo dire anche un discreto retrogusto moralista e bacchettone), mi dissero che per guadagnare dovevo immaginare e disegnare storie con delle zoccole che venivano sfondate da qualcuno senza alcuna ragione plausibile. Ci provai anche a  fare delle tavole, ma non le ho mai spedite, complice la mia timidezza nel disegnare organi sessuali in attività.
Questo preambolo per dire che mi misi a fare il magazziniere. Non lo facevo sempre, sia chiaro che dovevo pure studiare e fare esami, però quella era la mia principale fonte di guadagno. Era un lavoro fisico, a stretto contatto con i camionisti, con pacchi e bancali di qualunque forma e dimensione. Quando non svuotavo e riempivo camion, andavo nelle fiere a smontare gli stand degli orafi, e quando non facevo nemmeno quello, mi mandavano a fare l'operaio dove serviva. Ho fatto il falegname perlopiù.
Un altro lavoro era il facchino della lavanderia. Andavo tutto il giorno in giro per gli alberghi e i ristoranti dei colli berici a raccattare biancheria zozza e restituendo quella pulita.
Poi smisi con la cooperativa.
Arrivai a fare il cameriere in un pub dove rimasi per circa un paio di annetti.
Poi decisi di lavorare per un fioraio famoso di Vicenza. Un fioraio poeta che usava una villa di cinquecento metri quadrati come deposito di cose inutilizzate. Anche lì facevo le consegne con il furgone.
Come coronamento di questo caleidoscopio di impieghi umani, alla fine sono finito in uno studio di pubblicità a fare prima l'amministrativo e poi il grafico. Facevo queste cose qua:









Quello fu l'ultimo lavoro normale che feci, e finì più o meno come tutte le altre volte: venni licenziato.
Questo perchè avevo un problema. Non riuscivo mai a considerare nessuno degli impieghi che avevo avuto negli ultimi anni come qualcosa che mi appartenesse o che mi rappresentasse, ma solo come un mezzo per ottenere del denaro e pagarmi da vivere. Non ci potevo fare nulla, io mi immaginavo solo come disegnatore e probabilmente questa era una cosa che si sentiva. A questo si aggiungeva una constatazione maligna che mi percuoteva feroce il cervello: le persone con cui lavoravo, i datori di lavoro mi sembravano tutti uguali. Non vedevo alcuna differenza tra le persone del magazzino dove scaricavo sacchi di juta pieni di caffè e quelli del pub, del fiorista o dello studio.  Tutti gli ambienti di lavoro erano equivalenti  e questa cosa mi faceva uscire di testa. Tutti quanti erano intenzionati ad utilizzare la tua manodopera spendendo la minor quantità possibile di denaro. Tutti ad abbassare i costi, invece di alzare la qualità, come unico modo per essere competitivi. Tutti che ci tenevano a ricordarti in ogni momento che eri sostituibile e mai indispensabile.
Tutti quanti covavano astio, dolore e rassegnazione profondi. Mascherati da benessere. Mascherati da rispettabilità. Il fiorista poeta aveva due o tre crolli da stress ogni anno.
Io stavo in un limbo, disegnavo e avevo ottenuti i primi lavoretti pagati, ma non  riuscivo ad immaginare come fare per mettere insieme uno stipendio ogni mese. Ma tutto sommato non me ne fregava un granchè e ci provai. Quello era il mio posto, l'unica cosa che mi somigliasse e solo facendone altri l'avevo capito. Questo succedeva nel 2001.
Allora perchè la frase del mio grande amico, mi ha colpito così tanto? Il più delle volte, lui era accanto a me, in ciascuno degli impieghi che ho avuto, oltre che in Accademia e in altri luoghi importanti della mia vita. Mi ha colpito perchè mi ha fatto rendere conto che anche il mio è un lavoro, non esente dalle magagne che riscontravo al pub, in magazzino eccetera. Con l'unica differenza che a volte, io me ne dimentico.
Per certi aspetti potrei anche copincollare le cose che ho detto due capoversi sopra, rendendomi conto che appartengono anche al mio ambiente. Il fatto che sia un lavoro, ci mostra la netta cesura tra passione e sopravvivenza, tra pulsione naturale e pragmatismo. E ci fa vedere quanto siano incompatibili i due ambiti.
Se avessi seguito il mio impulso naturale, fottendomene delle questioni pratiche (come per esempio la sopravvivenza) probabilmente avrei dieci anni in più di esperienza come disegnatore sulle spalle, e dieci anni in meno di sfiga nella testa.
Ma la "grande truffa del lavoro" è quella non farci vedere chi siamo, da dove veniamo, ponendoci quotidianamente davanti alla frontiera della necessità.

Di farci immaginare in qualunque contesto, anche il più lontano in assoluto dalle nostre aspettative, e illuderci che sia una cosa normale, perchè l'alternativa è l'essere reietti.
Quando andavo a scuola, ho conosciuto persone infinitamente più brave di me, che hanno rinunciato di fronte a questa frontiera ed è agghiacciante pensarci. 
Io ho attraversato questo confine, trovandomi nel burrascoso"oceano della necessità" con l'unica differenza che ho fatto in modo di costruirmi strumenti per navigarlo senza sentire il peso della frustrazione, della fatica ed è questa la mia unica fortuna. 
Tutto questo per dire cosa? Che cercherò di preparare un altro post, con una riflessione sulle differenze tra il fumetto popolare e quello autoriale...





sabato, settembre 29, 2012

venerdì, luglio 13, 2012

Myticovers! Prime 12












se siete curiosi dei vari steps di  preparazione di ciascuna, fate un salto sulla mia pagina facebook.

domenica, luglio 08, 2012

giovedì, giugno 28, 2012

super eroi incompiuti

una cosa per un cliente di merda con cui non lavoravo da anni: me stesso.
Inizia la serie dei "Supereroi Incompiuti". In progress...

venerdì, maggio 11, 2012

Disegnare un certo Dylan

Mi trovavo in pulmann di ritorno da Assisi. Maggio 1989. La sera prima, nel buio della nostra stanza d'albergo, Fabrizio rompendo il silenzio dal suo letto proferì queste parole: "Eccoci qua: un giorno in meno da vivere e quelli che restano, davanti".
Nel pulmann Andrea, l'amico seduto accanto a me non mi parlava, ma nascondeva dentro di se',  nel suo inconsapevole corpo di bimbo, il virus letale della varicella. Oltre ad essere in potenza varicella, egli era in atto un lettore di un fumetto, un fumetto inculato al fratello grande:  lo stava divorando con gli occhi ricurvo sul suo sedile. Era ricurvo, introflesso come solo chi legge qualcosa che sa di non avere il permesso di leggere, è.
A me Assisi era piaciuta un botto e ancora guardavo dal finestrino quegli stralci di colline morbide che per la prima volta nella mia giovane vita avevo visto. Forse pensavo a San Francesco, agli uccelli e ai lupi; forse pensavo alla Porziuncola, perchè ancora non avevo capito che ci faceva una chiesetta piccola dentro una chiesa grande; in quel periodo andava così, le cose religiose mi interessavano ancora.
Ad Andrea no: a lui piaceva solo quel fumetto.
La prof, sbucando all'improvviso gli intimò di sedersi davanti, forse perchè aveva combinato qualche cazzata in albergo e dovevano parlarne. Lui mi nascose il libretto dietro la schiena mentre veniva trascinato via.
Estrassi da dietro la schiena il fumetto, era questo qua:



Lo lessi, io che all'epoca al massimo leggevo Asterix e le strisce di B.C. o di Wizard of Id. Mi ero spinto anche oltre: una volta avevo osato leggere Valerian di Mezières, senza capirci una mazza.
Qua, nel fumetto del pulmann,  non c'erano personaggi buffi, che dicevano cose buffe, o tizi che sparivano all'improvviso in un baluginio spaziale, ma una famiglia di gemelli pazzi che morivano tutti male, e questo tizio con la giacca nera che risolveva il mistero del vedovo nero, senza impazzire per tutti gli orrori a cui assisteva, che erano parecchi. Ricordo questo sangue nero a fiumi, dapertutto.
Chiusi il fumetto che eravamo arrivati a  Vicenza. Senza rendermene conto, quel fumetto mi aveva portato via con se'. Fuori non c'erano le colline umbre ma i colli Berici e la mi scuola, alloggiata in una ex-questura.

Andrea e praticamente il 90% dei ragazzini presenti nel pulmann, nelle settimane seguenti si coprirono di pustole, ed io che ero seduto proprio accanto all'untore, misteriosamente rimasi sano. Forse perchè grazie a quel fumetto, ero diventato improvvisamente esistenzialista, e come si sa, gli esistenzialisti non si ammalano mai. Ora che ci penso, nemmeno Fabrizio si ammalò

Dopo questa cosa arrivò Piero Dell'Agnol, con "Goblin" 1990 e lì ormai, ero definitivamente fregato. Alle fregole che provavo per le storie, si aggiunse il fatto cioè, che ogni tanto c'era questo tizio che faceva dei disegni bellissimi, da cui non riuscivo a staccare gli occhi per ore. Dei disegni che provavo a rifare, senza mai riuscirci. Mi piaceva un sacco pure quell'altro, Roi, che metteva delle strane atmosfere nebbiose nelle pagine, e faceva questo bel viso affilato di Dylan, che copiavo, anche in questo caso senza riuscirci.

Oggi, nel mio piccolo, mi si chiede di disegnarlo sul serio 'sto tizio che da piccolo provavo a copiare senza mai riuscirci. Mi si pone davanti la fonte principale di qualunque mia ispirazione disegnativa pre-adolescenziale e mi si dice "fallo anche tu. A colori"
Come se fosse semplice.
Dailan Dog, come si diceva all'epoca in cui l'ho scoperto, aveva messo dentro il mio cervello l'amore sviscerato nei confronti di una strana forma di bellezza. La bellezza che nasceva dall'orrore, dalla paura e dall'angoscia; posti dove normalmente credevo non si potesse trovare.
Ma di bellezza si trattava, e mi attraeva più di ogni altra cosa piacevole a cui ero abituato.
In quel dolore, in quella paura e in quelle aberrazioni, vedevo me stesso e non capivo perchè.
Dylan, aveva una certa capacità di tenere sempre ben tesa la sospensione dell'incredulità dinanzi a tutto questo, era indifferente, distaccato e coinvolto allo stesso tempo, amava e odiava come una persona normale, e forse era questo che faceva entrare in quelle storie, senza considerarle solamente un fumetto dell'orrore, andava oltre quel genere. Ti fidavi e ti facevi accompagnare volentieri. Bellezza.

Con questo bagaglio bello peso mi appresto a fare i primi schizzi. Cerco di non pensare a Dell'Agnol, cerco di non pensare alla Porziuncola e vado.


Bah. E poi come la mettiamo con lo stile  di racconto che hanno i disegnatori Bonelli? Io non ho la loro testa, la loro capacità di tagliare gli scorci della realtà e tradurli in fotogrammi ben oliati, pronti per occhi allenati a dialogare con quelle sequenze così precise, così specifiche...
Dell'Agnol dicono stia in montagna tutto solo perchè è impazzito dopo aver lavorato con Berardi, non è possibile rintracciarlo per chiedergli come ha fatto lui a essere così specifico. Non ha il telefono dicono, non gli posso parlare, ma forse tutto fa parte della leggenda in cui si è trasformato. Forse anche lui ha avuto la varicella ad Assisi, e nel mio sogno questo ci accomuna, e ci potrebbe far dialogare.
Ma non mi basta per uscire dal mio loop.
La verità è che c'è questa profonda forma di deferenza da parte mia nei confronti di tutto questo, e quello che ha significato per me. Dylan mi ha educato a distinguere un certo tipo di storie rispetto alle altre, mi ha educato a scegliere il lato oscuro delle cose e a preferirlo. Non ho mai smesso cioè di cercare di riprodurre quella strana forma di bellezza nelle cose che provavo a fare, grazie a lui.
Il fatto è questo: visto che non riuscirò mai a rendere giustizia a tutti quegli anni passati a leggere e rileggere gli albi del nostro, che non riuscirò a far trasfigurare tutte quelle emozioni in qualcosa di formalmente perfetto, come meriterebbe, cerco di compiere un processo inverso, riazzero tutto.
Il Dylan Dog che disegnerò nel color fest dovrà essere il "mio" zero e guai a me se non è così.


Il senso di quello zero ve lo spiego nel momento in cui lo raggiungo, se mi riesce.



venerdì, aprile 20, 2012

Dal tavolino di casa mia a quello di casa vostra è un attimo.


E questa è una delle ragioni per cui amo molto il mio lavoro

mercoledì, aprile 18, 2012

Dei ed eroi della mitologia editoriale


E' forse tedioso cominciare un post con frasi del tipo "quando ero piccolo", ma vostro malgrado questo comincerà così.
Allora, tra i miei libri preferiti oltre alle Fiabe sonore della Fabbri, c'erano pure quelli della collezione "dei ed eroi della mitologia XYZ", una riedizione della Arnoldo Mondadori delle "World Mythology series" della Bedrick. Ce n'era un po' per tutti: miti romani, celtici, egizi, americani e via dicendo. Al di là dei contenuti che io bypassavo perchè ho sempre avuto una certa pigrizia nei confronti della lettura, io sballavo di brutto sulle illustrazioni, allo stesso modo in cui accadeva per le Fiabe Sonore.
Se esiste un bagaglio di informazioni e di foie disegnative che mi hanno spinto ad essere quello che sono,  devo  ringraziare anche quei libri lì. Cose mai viste, aldilà della mia immaginazione ( o della mia impaginazione, a seconda). Ci tengo a dire che sto parlando dell'84/85, mica cazzi.
Incolto e ignorante quindi, come in parte sono rimasto, ma sedotto dalle immagini come poche altre volte mi è successo, passavo le ore con o senza pigiamino a vedere e a memorizzare queste cose.
C'erano perlopiù illustrazioni di un certo John Sibbick, un folle totale, un flesciato per ciò che riguardava cura dei dettagli, che mi faceva immaginare che ci mettesse mesi, forse anni a realizzare le singole illustrazioni. Con dei pennellini piccolisssimi.


Avrei voluto trovare un immagine più in alta, giusto per farvi capire che 'sto pazzo aveva dipinto ad uno ad uno tutti i peletti di quel cazzo di coniglio appoggiato all'alberello, tutte le piume dell'uccellaccio sopra di lui, tutte le foglioline. Tutto.
Tra gli altri, anche se non si arrivava alla prorompenza grafica di Sibbick, mi affezionai parecchio alle illustrazioni di tale Giovanna Caselli, che si occupò della mitologia greca. I suoi disegni erano più accessibili, piu nitidi, grafici e mi facevano sentire un po' meno frustrato nel momento in cui tentavo di copiarli. E aldilà di questo, a ripensarci, mi sono reso conto che quello fu l'unico libro che mi misi pure a leggere. Perchè i miti greci ti pigliano anche se non vuoi. E' così, non ci puoi fare niente.




I miti greci  avevano qualcosa in più rispetto a tutte le altre epopee sovrannaturali della cultura orientale e occidentale: più accessibili, più attraenti, irrimediabilmente legati al sentire umano in quanto gli dei e gli eroi di quell'immaginario sono anch'essi vanitosi, avidi, corrotti, iracondi, arrivisti e calcolatori.  Dei cialtroni con i super poteri dunque.
Piano piano, pur nella totale idiozia in cui galleggiavo, cominciai a capire come in tutto ciò che vivevo e conoscevo ci fosse un collegamento con quelle storie.
I miti e le leggende greche insomma, mi parlavano della mia realtà in modo inedito, complesso e affascinante e mi fecero viaggiare parecchio.  E devo dire che avevo una certa simpatia per la storia di Perseo, cosa che, come già ho mostrato in uno dei precedenti post, mi aveva portato a disegnarne le gesta in tutte le possibili versioni.
Comunque.
Con il mio massimo stupore anni dopo, mi ritrovo a partecipare io stesso ad un progetto che parla dei miti greci: il progetto che attualmente tutti conosciamo come "Mytico!".
Venni contattato quasi due anni fa dal responsabile di una nota casa editrice di Fumetti italiana (grazie Marco) che si stava occupando della cura di un nuovo progetto commissionatogli dalla RCS e che prese la palla al balzo dopo che io l'avevo contattato per altri motivi.
All'inizio la cosa fu molto colloquiale: c'era la necessità di buttare giù delle idee per capire quale direzione potesse prendere questa avventura. Fui dunque invitato a dare la mia interpretazione di quel mondo allo stesso modo degli altri disegnatori coinvolti in prima istanza nel progetto. Senza particolari indicazioni, ma giusto per vedere cosa ne veniva fuori, così di getto. Ne venne fuori questo:

Apollo

 Ares


 Ade


 Atena


 Dioniso


 Era


La cosa prese l'avvio e si cominciò a ragionare sulla direzione da dare al progetto. Io pur sapendo che il target era quello di un pubblico di ragazzini, diedi la mia personale visione della cosa senza preoccuparmi troppo dell'aderenza alle richieste. Dimenticai Giovanna Caselli e John Sibbick, insomma e pensai piuttosto a Terry Gilliam e forse a Dolce e Gabbana, non so neanch'io perchè. Ma la cosa rimase lì.
Si trattava infatti di una specie di brainstorming a distanza, e i miei schizzi assieme a tutti gli altri, aiutarono gli editors a correggere il tiro per vedere su quale base appoggiarsi per sceglier l'angolo di attacco del design della serie.
Perchè di serie si tratta, di una serie a fumetti per la precisione.

Ade


 Poseidone



Il secondo tentativo correggeva dunque il tiro, poggiandosi sull'idea che si dovesse tener conto di tutto l'immaginario attuale dei preadolescenti, relativamente a quello a cui loro normalmente veniva proposto. Quindi non si poteva prescindere dai videogiochi , dai cartoni, dai film con i super effettazzi. Questo perchè un progetto vasto e impegnativo come quello che si voleva buttare nelle edicole, con un ampio staff di persone coinvolte, non poteva rischiare ed esulare da un certo numero di considerazioni a livello di marketing.
Per quanto brutto possa sembrare l'accostamento cultura-bambini-marketing. Ma le realtà è questa ed è perfettamente inutile fare finta che non sia così.
Credo che sia per questo che alla fine si è scartata la visione completamente inedita che si poteva dare dei miti greci, per arrivare a una maggiore aderenza con le rappresentazioni classiche. C'era forse il rischio che la cosa non venisse capita, che sembrasse non volessimo parlare della mitologia greca in quanto tale, ma fare piuttosto un fantasy ispirato a quel mondo.

Io non ho preso parte alle discussioni, mi sono fermato a questo punto e le riflessioni che faccio ora, esistono osservando i giochi fatti. Mi fermai, anche perchè nacque in me un pelettino di paura. E' una cosa che succede a volte: dopo un tot di anni, impari a conoscere il modo in cui lavori e immagini già cosa riuscirai a dare in un determinato contesto. Vidi che alla RCS c'era questa intenzione comics-oriented e mi ricordai di quanti salti mortali ho fatto quando tutte le volte che ho approcciato a quello stile. Era molto tempo che non facevo cose di questo tipo e onestamente non sapevo se il mio attuale modo di concepire il disegno avesse la forza sufficiente per esprimere il concept del progetto in modo adeguato nelle copertine. Ma mi ci sono buttato lo stesso: mi sono detto "ma vedi un po' se mi devo fare veramente di questi problemi".
In ogni caso, anche senza sapere le ragioni che hanno portato a questo tipo di direzione ( per motivi vari non sono mai riuscito ad andare alle riunioni a Milano) è interessante immaginare le modalità con cui il tutto ha preso forma. Soprattutto perchè per molti esiste un fraintendimento di fondo, secondo il quale fare delle cose per i ragazzi equivalga ad avere la vita facile, in quanto basta prendere il concetto centrale del progetto, in questo caso l'epica e la mitologia greca, e banalizzarlo per renderlo più agevole e accessibile. Perchè il centro del discorso è questo: fare un fumetto per i ragazzi.
Io credo invece che quello dei ragazzini è un territorio pressochè insondabile, difficile e che chiunque si appresti ad immaginare un prodotto da proporre a quella fascia di età, abbia vita dura. I binari su cui muoversi sono ambigui e sfuggenti, perchè tutto e nulla può essere adatto.
Esistono dei protocolli credo, fissati dai pedagogisti per ciò che riguarda gli standard rispetto alle varie fasce di età, per i contenuti da proporre ai regazzini, soprattutto in ambito scolastico.  
I libri e i media per i giovani sono zone franche,  luoghi predisposti al dialogo tra adulti e bambini: luoghi importanti.
Ma accanto a tutto ciò che è per così dire suggerito dalla scuola, si affianca anche il maelstrom di materiale iper-tamarro di cui i bambini sono bombardati e in cui sguazzano gongolanti. La playstation,  i cartoni, internet, i giocattoli e i fumettazzi con i super-truzzi americani o giapponesi eccetera. Il lato ludico diciamo, oltre a quello didattico.
Già per gli intrattenimenti di un bambino piccolo (per ciò che riguarda anche la mia personale esperienza) non è inusuale far convivere le delicatissime peregrinzioni bucolico-ecologiche dei Barbapapà e della Pimpa, con le mega mazzate e le scurregge iperatomiche dei vari BenTen, dei Gormiti e dei Transformers.
La cosa si fa ancora più pesa nel momento in cui si parla di un età come quella degli undici/dodici anni, che costituiscono di fatto l'ultimo avanposto dell'infanzia, davanti alla sconfinata e insidiosa frontiera dell'adolescenza. Insomma, è un casino.
I Guys che hanno messo in piedi "Mytico!", non sono certo i primi ad aver affrontato la sfida, ma  ci si sono buttati dentro a viso aperto, anche e soprattutto per colmare un vuoto che si è venuto a creare nel nostro paese per tutto ciò che riguarda l'intrattenimento cartaceo da edicola per ragazzi. E per me l'hanno fatto bene.
Hanno creato un qualcosa, che magari ai più grandicelli (e ai soliti superespertoni alla "Telemike" che infestano alcuni dei siti di critica  e diffusione del fumetto in Italia) può sembrare super-tamarro, iper effettato, ammiccante o altro, ma che in realtà ha una cura e una coerenza che difficilmente ho visto in prodotti simili. C'è in sostanza un grande rispetto da parte degli autori per  le vicende originarie contestualmente alla necessità di immaginare una serie di avvenimenti che abbia una continuity e si sviluppi come un unica storia, avendo le caratteristiche del racconto unitario.  La veste grafica è di tutto rispetto e c'è un progetto reale per coinvolgere direttamente i lettori anche fuori dal contesto del fumetto.
c'è addirittura una cosa che se l'avessi avuto io quand'ero piccolo avrei avuto la vita più facile: ti spiegano come viene fatto il fumetto, come vengono ideati i personaggi.

Osservare tutto questo, vederlo crescere nel corso dei mesi, è stata un esperienza interessantissima a livello professionale. Lo dico veramente. C'è stato uno sbattimento mostruoso, e io confesso di essermi ritratto nel momento in cui mi fu chiesto di fare anche le pagine interne, perchè immaginavo che la mole di lavoro da affrontare per la preparazione del progetto, una volta definitane a grandi linee l'identità, sarebbe stata immane. Incompatibile che le mille altre bazze che dovevo gestire.

Sono lusingato dalla possibilità di aver preso parte alla cosa, anche se in modo marginale. Il lavoro grosso lo hanno fatto gli scrittori e i disegnatori delle pagine interne.





E tutto questo per arrivare ad un qualcosa che sostanzialmente è coraggioso, e che è sostenuto da una reale passione da parte degli ideatori del progetto.

I fumetti allegati ad un quotidiano non sono chiaramente una novità. Dei fumetti inediti prodotti sul territorio italiano allegati ad un quotidiano invece sì, ed è una cosa importantissima per noi. Possono aprire la strada ad una nuova tendenza, se la cosa riesce ad avere un pubblico. Una strada molto interessante.

Non voglio sempre per forza parlare dei françaises, ma nel loro paese il dialogo con le fasce di età più basse attraverso i fumetti è una cosa basilare, imprescindibile: per questo da loro i fumetti funzionano meglio, e c'è maggior rispetto, cultura e diffusione di prodotti simili, perchè si parte da subito. Un ragazzino che viene cresciuto anche con i fumetti, sarà un genitore che consiglierà e comprerà dei fumetti al figlio. Un genitore che si fiderà dei fumetti.
Là esistono le biblioteche di fumetti accanto alle scuole. Esistono dei progetti di stage per gli studenti all'interno delle fumetterie. E' importantissimo per fare uscire il fumetto dalla nicchia di prodotto amatoriale e farlo entrare di diritto nella sfera dei "normali contenitori di cultura" per dirla brutta. E in Italia è una cosa che si fa troppo poco spesso.
In Italia si è abituati a ragionare a compartimenti stagni, soprattutto perchè le poche forme di narrazione a fumetti accettate, sono quattro o cinque e quasi tutte rivolte agli adulti e quegli adulti, sono spesso considerati dei fissati. I fumetti Bonelli, i comics americani, i Manga, e le sboronissime graphic novel: ognuna con il suo bacino d'utenza. Cos'è dunque questa cosa che non si capisce perchè e a colori, ma non sembra un comics, ma e troppo corta per esser un bonelli, ma che non ci sono gli occhioni e quindi non è neanche un manga? E' una cosa nuova che in Italia non capiamo = E' sicuramente il male.
Mi viene in mente anche tutta la bagarre che è nata attorno a "Davvero" della Barbato, per le stesse ragioni. Perchè non si capisce cos'è.
Dico una cosa: fatemela scrivere da un ragazzo che l'ha letto 'sto caspita di Mytico e forse in quel caso considererò il suo un parere su cui ragionare. Forse quella sarà una recensione su cui fare degli interventi e da cui far partire delle discussioni.

Comunque, lo devo confessare, io stesso all'inizio, non l'avevo capito e ho commesso il peggiore degli errori: ho pensato alla cosa come ad un lavoro da consegnare, punto.
Dimenticandomi dei pomeriggi passati su quei libroni con quelle fantastiche ilustrazioni. Ho dimenticato l'importanza di quel preciso momento in cui un ragazzino muore dalla curiosità di aprire un fumetto, o un libro di illustrazioni che il padre gli ha portato a casa. Ho dimenticato stavolta consapevolmente l'amico John Sibbick e la buona Giovanna Caselli.
Ma rimedierò: ora ci sono, siamo allineati: siete rientrati nei miei neuroni di gelido professional  smemorato.

Spero di avervi convinto: è davvero un progetto validissimo e da sostenere.






venerdì, aprile 06, 2012

Amare e odiare (il lavoro degli altri)

In questi giorni si legge in rete di un altro caso di plagio perpetrato da un autore di fumetti professionista, che ricalca il lavoro di altri e ne trae guadagno, essendo di fatto quel materiale pubblicato, diffuso e pagato.
In questo caso specifico, colpisce soprattutto l'insistenza dell'autore "colpevole" nel copiare i disegni di colleghi, visto che sono state evidenziate quattro o cinque volte in cui la cosa si è ripetuta.
La cosa può portare a fare riflessioni di qualsiasi genere, sia sull'effettiva portata della cosa in termini di affossamento del rispetto da parte di un autore nei confronti dei suoi lettori e del suo datore di lavoro, sia sulla sproporzionata reazione da parte dei frequentatori dei forum, blog e social network che invocano la forca, sia sulle possibili conseguenze che la cosa in se' abbia sul malcapitato autore della maldestra furberia.
Escludo dalle possibili riflessioni l'incapacità da parte dei responsabili della pubblicazione dei disegni copiati, di riconoscere il plagio, visto che materialmente non è possibile vagliare l'originalità di tutto ciò che si pubblica, soprattutto quando, come nel caso della Bonelli, si pubblica roba a quintalate.
Secondo me per ciò che riguarda l'autore, la cosa in sè e associabile all'idea di "Suicidio sovrappensiero", cioè che nemmeno lui se ne è reso conto mentre lo faceva. Che facendo cioè una cosa spinto dalla noia e dall'abitudine avrebbe avuto a che fare con un casino di proporzioni inaspettate. Non si è reso conto di quanto è piccolo l'ambiente del fumetto in Italia, e di quanto velocemente può essere diffusa l'eventuale cazzata combinata.
Perchè la causa di una cosa del genere non può che essere la noia, non la furbaggine. L'astuzia non c'entra nulla e tanto meno la mala fede. Uno astuto non ruba facendo fumetti;  dovrebbe provare a rubare investendo in forme imprenditoriali senz'altro più articolate: la Lega Nord in questi giorni ce ne sta dando un esempio.
Per lui c'era da mettere insieme i sette-ottocento disegni che costitutiscono i disegni dell'albo. Ancora una volta, dopo tante e tante volte.  All'idea di quella mole la noia si è impossessata del suo corpo e della sua mano,  che doveva disegnarli. A volte capita, molte altre volte no. Ma a volte capita.
Non giustifico in ogni caso, io rifletto. Perchè è interessante e perchè è un tema che ricorre ciclicamente  nel nostro beneamato panorama.
Qualche volta è successo che anch'io partissi da materiale esistente, per arrivare ad un mio disegno che poi è stato pubblicato. Ho anche partecipato qualche anno fa, ad un progetto in cui si sollevò un polverone perchè uno dei disegnatori della serie aveva ricalcato paro paro Eduardo Risso.
Ma credo che nessuno nel nostro ambiente possa dire di non aver mai copiato, visto che chi fa il nostro lavoro deve produrre una quantità di materiale inimmaginabile da chi poi lo legge. Il nostro lavoro ha a che fare con la sfera della patologia, delle ossessioni compulsive, dell'autismo ed è normale che sia così.
Solo la follia può consentire certe cose. Una follia accettata e a volte applaudita. Tutti disegnano da piccoli, ma solo alcuni continuano a farlo tutti i giorni della loro vita. E arrivano dei giorni in cui si è meno folli del solito.
Questa non è tuttavia una giustificazione.
Si chiede coerenza, integrità, rispetto e creatività costante a tutti i disegnatori professionisti.
Da qui forse parte il furore degli appassionati di fumetto che frequentano regolarmente Facebook, i blog e i forum. E non parlo degli effettivi lettori e appassionati di fumetti, quelli veri, ma di una piccolissima parte che ogni giorno si riversa nei ricoveri virtuali, che sono una minima parte rispetto alla totalità.
Tutte le volte che però leggo le bestemmie lanciate da costoro sui poveri malcapitati che hanno commesso un fattaccio, provo un senso di vergogna e di imbarazzo, come se mi trovassi quasi sempre lontano dal centro della questione, ma con tutti che urlano, convinti del contrario. Provo disagio per usare un termine onnicomprensivo. Ma non riesco mai a capire il perchè di questo disagio.
C'è da dire che gli appassionati di fumetto internettaro hanno due o tre cose che li fanno incazzare a bestia, non solo il copiare. Uno degli argomenti principali dei "Flames" di internet, è quello secondo i quali il fumetto non è secondo a nessun altro mezzo di espressione artistica.
Guai cioè a paragonare letteratura e fumetto, dicendo che il fumetto è il figlio scemo della prima.
Guai a dire di essere "scrittori di storie" e non semplicemente "autori di fumetti"
Guai a portare in una discussione il termine "Graphic novel" perchè improvvisamente, ci si trova in un dedalo semantico di scuole e definizioni contrapposte (che termina quasi sempre con delle pernacchie stereofoniche) da cui sarebbe possibile uscire mai più.
Guai ad abbandonare il fumetto per transitare in mezzi di espressione più articolati (vedi il cinema) per poi dire che tutto sommato sono quasi meglio.
Ed è incredibile notare come quasi sempre, delle persone apparentemente miti, giocattolose, tutti emoticon e gif animate buffe, si trasformino improvvisamente in dei mostri che chiedono la testa (e le palle) di chi ha commesso l'errore di dire e usare il fumetto nel modo inadeguato.
Io cerco di guardare con obiettività l'errore di chi, come nell'ultimo caso, ha commesso il plagio copiando un altro autore. Cerco di capire cosa provo. Scavo nel profondo.
Niente da fare: l'astio, l'odio, non mi vengono proprio. Arrivo solo a provare un po' di pena per la mole di sfiga che lo ha portato a fare quella cosa. Per il disamore che, nel corso degli anni, è arrivato a provare per il suo stesso lavoro e mi impietosisco mentre ne immagino le ragioni. Ma all'odio, proprio non ci arrivo e forse è colpa mia.
Poi penso che il mondo è strapieno di gente che fa male il proprio lavoro e vorrei aprire dei forum per odiare tutti insieme i conducenti d'autobus che guidano col telefonino, i professori di storia dell'arte che fanno le lezioni in classe dettando  l'Argan, alle impiegate di banca che chiudono lo sportello un ora per andare a fare la spesa al mercato il giovedì mattina, ai cuochi dei ristoranti che fanno arrivare in tavola gli scongelati da microonde e a molti altri.
Ma quei forum non esistono purtroppo, se no ci andrei subito. Ma anche li scattarebbe la commiserazione più dell'odio.
La verità è che gli autori di fumetti dovrebbero essere invisibili, come gli scrittori e i registi. Non si dovrebbe mai sapere come si fa ad arrivare a produrre qualcosa che permetta alla gente di sognare e di sentirsi altrove, perchè altrimenti  il sogno diventerebbe banale almeno quanto la vita reale.
Non si dovrebbe sapere che un autore di fumetti arriva ad un idea mentre pulisce la lettiera del gatto, o quando guarda l'isola dei famosi.
Chi frequenta i luoghi virtuali per commentare queste cose, sembra più interessato al modo in cui una cosa si produce, che alla cosa in se'. Si vuole accostare all'autore non per farsi accompagnare da qualche parte con i suoi disegni e le sue storie, ma per vedere se ha le unghie sporche mentre disegna.
La cosa io la vedo così:
Se mi accorgo che un autore copia e la cosa mi da noia, il massimo della punizione che posso infliggere a quell'autore è non comprare più i suoi albi. Niente è peggio dell'oblio per un artista.
Ma se copiare è una cosa sbagliata, lo è altrettando unirsi alla rissa quando sono già in dieci a picchiare, e lo è ancora di più chiamare i rinforzi, perchè il bastardo respira ancora, e se non bastasse affiggiamo dei manifesti perchè così chiunque veda la sua faccia lo pigli  a calci sul muso.
Ecco forse il motivo del mio imbarazzo.

mercoledì, aprile 04, 2012

Mytico!

Ciao.
E' bello parlare con te forse unico lettore/trice rimasto/a di questo spazio virtuale.
Ti amo e lo sai.
Ti volevo parlare di una cosa che secondo me non t'interessa, ma che poi è utile per agganciarsi ad un altro argomento che vorrei affrontare. Ieri sera ho visto un film al cinema: non ci vado molto spesso ultimamente e quindi quando posso cerco di scegliere bene. Ho visto "La Furia dei Titani".
Serve una seconda premessa: io vado al cinema con un amico qui di Bologna, si chiama Luca. Io e lui siamo due persone abbastanza serie, lui lavora pure per il cinema, cioè si occupa di leggere i romanzi e gli adattamenti degli stessi che poi diventeranno dei film prodotti qui, nel nostro paese. E' un editor professionista e devo dire una persona di una certa cultura: lui ha un certo spessore.
Io e lui scegliamo deliberatamente di andarci a vedere le cazzate al cinema, quando possiamo: meglio ancora se in 3D. Io li chiamo  "I nerchioni americani".
Ultimamente per dire, ci siamo visti "Real Steel" e "John Carter" e siamo usciti gioiosi più che mai, per la consapevolezza di aver visto quello che ci si aspettava. Lui aveva provato anche a portarmi a vedere "Buried" e addirittura una volta c'ha provato con "Megamind", ma purtroppo quelle sere avevo da fare e non potevo uscire, mannaggia.
"La Furia dei Titani", invece ce lo siamo visti belli ignoranti come sempre, ma a differenza delle altre volte è successo l'inaspettato: non siamo usciti dalla sala pieni di spocchia come al solito! C'è stato meno gusto nello scagliare merda sulla malcapitata pellicola stereoscopica! Alla fine c'è piaciuto e anche se fondamentalmente i personaggi erano bidimensionali e la trama un pochetto telegrafata, il viaggione era proprio bello: belle le coreografie dei combattimenti, belli dettagliati gli sfondi e i mostri, veloce come un razzo dall'inizio alla fine; interessante anche l'idea di trasformare la mitologia greca in una specie di incrocio tra "le crociate" e "il signore degli Anelli". C'è anche da dire che io un pochetto ero di parte, avendo amato da morire "Scontro di Titani" quando ero pischello. L'avrò disegnata cinquecento volte la Medusa di quel film.
Oltre a questo Luca mi ha svelato che ormai tutti gli effetti speciali digitali dei film di adesso li fanno in India, e solo questa informazione per me ha valso tutto il prezzo del biglietto.
Insomma, grazie "Furia".

Alla fine del film e dopo il briefing tra me e Luca però, è successa la cosa più importante di tutte: mi sono ricordato che tra una settimana in edicola esce il primo volume di un progetto che sto facendo con la RCS, è che come tema ha proprio la mitologia greca ripresa con un taglio bello moderno per proporla ai ggiovani ragazzi di oggi! E anche ai Ragazzoni adulti di oggi!
Si chiama MYTICO!



E pensate che non lo fanno a Bolliwood, ma tutto qui in Italia, con manine italiane!

Devo dire che sono contento di partecipare a questa cosa, il progetto è molto curato e i vari fascicoli stanno venendo proprio bene. Ci sono dei bei nomi che partecipano al progetto e per il momento sono stati realizzati i primi otto volumetti.
E allora mi raccomando, smettetela di strusciarvi sul divano di casa in attesa che qualcosa di sorprendente  sgorghi dalle edicole italiane. L'attesa è finita! Mettete da parte la superstizione  di un tempo andato e tutte le dicerie sui gatti e sulle scale! venerdi 13 Aprile prossimo venturo, riversatevi nel baracchino più vicino a casa e insieme alla Gazzetta, pigliatevi pure MYTICO!

Io nell'attesa sto iniziando i miei figli al politeismo, fatelo anche voi!

Hai visto lettore/trice? Ti ho dato anche del voi per l'emozione.

c'è anche una paginetta su Facebook, per i più social network guys:

MTYCO!




giovedì, febbraio 02, 2012

piccolo ma prolisso post riflessivo sulla Francia


CAPITOLO 1
Faccio in effetti una riflessione sulla mia attuale condizione di lavoratore di fumetti francesi, sull'onda dei vari ritorni degli altri autori, Italiesi e non, nel post-coitum del post-Angouleme.
Credo si sia ormai ufficializzata la notizia che nel fumetto francese esiste una forma latente e palese di Chrisi piuttosto diffusa e diversificata. Gli autori Italiani, dal canto loro gongolano perchè diranno "Eh vabbé! E' dagli anni ottanta che qua in Italia abbiamo la crisi dei fumetti, cazzo volete voi che siete gli ultimi arrivati. Chrisi è più amica nostra che vostra"
E' vero, noi siamo più amici di Chrisi, c'abbiamo fatto un sacco di cose assieme a Chrisi: abbiamo imparato un sacco di cose da lei. Ci ha insegnato come far lavorare gratis i disegnatori, facendogli credere che fosse una cosa normale (ci ha spiegato che in certi casi è anche possibile farli pagare per essere pubblicati, ma solo se sono veramente motivati); ci ha insegnato a pensare che è normale che nelle Redazioni Fumette Italiane non esista nemmeno una figura formata e qualificata professionalmente da mettere a supportare il lavoro dei disegnatori, per portare a compimento un'opera che sia qualitativamente competitiva rispetto alle altre offerte del mercato, ma se ci va bene troviamo uno stagista che da lì a poche settimane va a fare il Designer a Urbino; ci ha fatto capire che le uniche idee che funzionano nei fumetti sono quelle che esistono già, che sono già state pubblicate sotto forme diverse centinaia di volte e che osare con qualcosa di nuovo è solo una perdita di denaro e di lettori. Ci ha fatto constatare che non vale la pena di sbattersi per avere una legittimità contrattuale e tanto meno avere un sindacato di rappresentanza, ma ci ha detto piuttosto di baciarci i gomiti se avevamo la fortuna di ricevere un bonifico per il lavoro svolto.  Ci ha fatto capire soprattutto che si può essere editori di fumetti anche senza averne la minima inclinazione, perchè basta ripubblicare cambiandole giusto un pochetto, le storie che esistono già, facendo fare l'editing allo stagista di Urbino, e facendo disegnare le pagine da quello che le fa gratis (e questo è stata di gran lunga la cosa che abbiamo fatto più fatica ad imparare, perchè era una versione in cui tutti gli altri insegnamenti erano linkati l'uno all'altro, atta a creare un Golem di biblica complessità).
Siamo talmente amici di Chrisi che siamo stati contenti di presentarla anche ad altri amici nostri: i francesi.
Anche loro hanno capito presto le regole, hanno fatto amicizia, però hanno fatto i furbi, perchè mica l'hanno detto che un po' di chrisi gliela abbiamo presentata noi. E quindi  giù a firmare fogli su fogli di contratti (perchè la i contratti si fanno) per far partire progettoni uguali ad altri diecimila che erano già stati scritti trent'anni fa e facendoli seguire da redazioni evanescenti, facendoli scrivere da ex-impiegate o da ex fuori corso di giurisprudenza e facendoli disegnare da fumettisti sottopagati (rispetto ai loro standard ovviamente, perchè la faccia come il culo di chiedere di lavorare aggratis ce l'abbiamo solo noi).
E quindi ecco che come fosse sempre primavera le librerie fioriscono ogni mese, ogni settimana di nuove proposte, nuovi viaggi, nuove tette, spade, elfi e navi spaziali da silurare nella stratosfera della lettereatura disegnata. E allora gli amici italiani chiamano altri amici su suggerimento di Chrisi, e agli amici si aggiungeranno gli amici degli amici. E le librerie, sempre più fiorite, sempre più a comprare terazze e soppalchi per far partire viaggi sempre più già visti, ma profumatissimi.
E di quei diecimila progetti, viaggi e siluri quanti hanno poi raggiunto la stella promessa?
Meno di quanti lo sperassero, per non dire quasi nessuno. Tutti a galleggiare come satelliti morti, in attesa di un segnale via radio dalla terra. Tutti con il loop in cabina di una voce che dice "non è colpa tua, è colpa di Chrisi, quella troia di chrisi ci ha mandati in avaria..."
E giù sulla terra nelle librerie ancora a concimare, ad acidificare a sperare di trovare il quadrifoglio d'oro, il gratta e vinci da cinquecentomila euro.
Comunque c'è poco da scherzare.
Tra gli amici di Chrisi ci sono anch'io, l'ammetto sì, è amica mia. Anch'io ho contribuito a mettere un semino in quelle librerie sperando che potesse poi diventare un super razzo da quarantamila cavalli.
Perché in Francia dunque ha funzionato così: ci sono state delle case editrici "illuminate" che si si sono viste pronte a far partire di centinaia di nuove serie, forti di un sostegno economico dato da una buona salute della BD, della sempre forte risposta dei lettori, senza dare però a quelle serie una vera ragione d'essere che non fosse il rubare posto nelle librerie alle altre serie e senza dare dunque un supporto artistico adeguato agli autori, che erano a tutti gli effetti solo delle macchine da stampa.
 Le conseguenze sono state maligne. Le librerie avendo una così vasta offerta da proporre, non hanno sostanzialmente modo di aiutare una serie ad essere apprezzata e a crescere, perchè in breve tempo devono liberare gli scaffali che arrivano altri duecento volumi da mettere sugli espositori.
I famosi "resi" (il peggior nemico dell'editore francese) cominciano ad essere effettuati sempre prima e se una volta un libro nuovo poteva sperare di rimanere esposto un paio di mesi, ora non si arriva alla settimana, e poi viene restituito al mittente.
Avendo un offerta così vasta le serie che non vendevano sufficientemente venivano troncate subito, o addirittura sospese ancora prima di essere pubblicate (come è successo una volta anche a me).
Il lettore medio perde dunque fiducia nelle case editrici, e sapendo che una serie varata ha un altissima probabilità di non essere mai conclusa, si riserva di acquistarla solo ed eventualmente dopo l'uscita del numero conclusivo.
Procedendo di questo passo le case editrici che prima avevano su dieci serie varate, tre o quattro che vendevano molto e coprivano le spese (e le eventuali perdite) delle altre, ora si trovano ad avere una serie che vende e nove in passivo.
Molti dei miei colleghi, o comunque moltissimi amici di chrisi si sono visti troncare la serie, dopo che avevano avuto la possibilità di raggiungere "l'Eldorado" del fumetto Europeo.
Molti degli editori che avevano lanciato la politica scellerata, sono falliti o sono sono stati inglobati da altre major, con maggior senso della realtà delle cose.
E in questo senso è dunque partita in Francia una politica di "sfoltimento" sommario dei progetti considerati a priori poco vendibili a favore di un atteggiamento molto più cauto, che significa meno contratti (o comunque contratti meno pagati) e scelta della direzione e dei soggetti da affrontare nelle storie più rassicuranti (sono praticamente proibiti i fantasy, e tutti gli ibridi di Science-fiction che hanno pullulato negli ultimi dieci anni, almeno da quanto ne so io).
Hanno dunque sbagliato e se ne sono accorti.
E la differenza sostanziale è dunque questa, rispetto al nostro mercato. A differenza di noi, loro si sono accorti che Chrisi fa schifo e vogliono uscirne, facendosi forti della loro tradizione, dei loro mezzi e del fatto che, se non riuscissero a risalire la china, rilanciando il mercato della BD, l'intero corpo della cultura Francese, ne risentirebbe. E questo per loro è inaccettabile.
A differenza di noi, sentono che il loro apporto alla diffusione di contenuti, messaggi storie ed emozioni, se vogliamo metterla alla Battisti, è fondamentale per la salute del loro paese. Si sentono parte di un tutto e sono legittimati in quanto tali.
Per questo motivo a me va bene lavorare lì.
Il mio libro non ha venduto molto, rispetto a quello che loro si aspettavano.
Se fosse accaduto in Italia, il mio editore mi avrebbe chiamato dopo la lettura del primo report delle vendite e mi avrebbe detto di cominciare a cercare un altro lavoro. Questo nella migliore delle ipotesi.
Nella peggiore, non mi avrebbe chiamato affatto. Mai più.
Nel caso del mio editore francese invece è successa una cosa stranissima per me.
Mi è stato detto che l'errore è stato loro e che se ne dispiacevano, perché il mio apporto e quello dello sceneggiatore erano ineccepibili. L'avevano promosso in modo sbagliato e se ne sono accorti quasi subito. In ogni caso, sbagliato o meno, l'avevano promosso utilizzando tutti i mezzi che avevano a disposizione, televisione, riviste, web e quant'altro.
In Italia, promozione significa al massimo uscire vicino ad una Fiera, che là qualche copia in più di sicuro si vende.
Nonostante questo comunque mi è stato detto "fate il secondo e anche il terzo, che qualcosa di sicuro succede, visto che siete bravi: questa cazzo di Chrisi, non può durare per sempre. A'dda passà a nuttata" m'hanno detto in francese.
E qualcosa di sicuro succederà.
Dico la verità: non è che mi faccia impazzire andare da loro, proprio per una questione mia caratteriale mi sento spesso un po' a disagio quando sono lì. Sarà perchè non parlo benissimo la loro lingua. Oltre a questo, la lavorazione del libro, non è esente da magagne a livello organizzativo.
Ma nonostante questo, sento che loro considerano quello che faccio come un valore per il loro gruppo, una risorsa preziosa, degna della massima attenzione. E questo è assurdo pensando che io non sono nessuno, sono l'ultimo arrivato. Per di più Italiano.
è una cosa che non riuscirò mai ad abituarmi a pensare, a cui non crederò forse mai completamente, proprio non mi entra nel cervello in modo sereno.
Ed è colpa di chrisi. Chrisi, mi ha portato sempre a pensare che nessuno è indispensabile, che nessuno vale tanto da pensare di investirci del denaro se invece te nell'immediato  ne fa perdere. Chrisi mi avrebbe fatto accettare col capo chino un eventuale interruzione del mio rapporto di lavoro.
Allora il punto è questo.
Mi si dà la possibilità di dimostrare che su di me non si sono sbagliati e sta a me decidere se ricambiare o meno la fiducia accordatami. Che sia su questa serie che sto facendo o su qualsiasi altra. Che sia o meno solo una mera questione di Marketing che nulla ha a che fare con dei valori morali assoluti.
Aldilà del riuscire a mettere insieme dei segni su dei fogli per raccontare amenità più o meno adatte a suscitare compassione nel lettore, la vera sfida è questa. Non deludere chi ti dimostra rispetto mettendosi in gioco accanto a te. Come se fosse una cosa normale.
Ora, noi disegnatori di fumetti siamo abbastanza vicini alla categoria lavorativa delle meretrici, nel senso che di norma non stiamo ad affezionarci troppo a questo o a quel cliente, ma in genere andiamo con quelli che ci pagano abbastanza regolarmente e non ci menano. Quindi non ha senso dire è meglio quello di questo, si guarda la sostanza dell'affare concluso. Io continuo ad avere dei lavori in Italia, e qualche volta mi capita anche di stare con persone molto serie, che conoscono il valore di quello che faccio o che quantomeno mi danno il giusto  per il tempo e la fatica che gli ho dedicato.
A me piace lavorare nel mio paese, e credo sia una cosa molto più profonda di quello che penso.
Il problema è che qui in Italia spesso è difficile trovare la possibilità di trovare qualcuno che ti dica "sono curioso di vedere come sei veramente: spingiti un po' più in là" e questa invece è un'altra cosa che ho riscontrato in Francia.
E poi ci sono il filetto con la salsa al Roquefort e la Quiche Lorraine.
Credo che sia anche per questo che mi piace lavorare lì.

Spero nel CAPITOLO 2 di non dovere smentire tutto questo...