Gli amici del blog "Gli Audaci" mi hanno proposto questa intervista ed io la giro a chiunque avesse cinque minuti da perdere nel leggere le nostre chiacchiere.
Si parla di Dylan, Valter Buio, Mytico, pulsioni e passioni private e collettive. Dopo averlo letto, fatemi sapere se devo cambiare lavoro o meno.
eccovela:
http://gliaudaci.blogspot.it/2013/05/intervista-paolo-martinello.html
giovedì, maggio 02, 2013
Un ringraziamento
Come spesso capita su Facebook, se non si ha nulla di significativo da dire, si preferisce scrivere che "non si sa cosa dire". Ed io mi trovo a non saper cosa dire di tutte le cose belle che questo "Color Fest", sembra stia portando con se'. Leggo che "Addio Groucho" è piaciuto a coloro a cui è capitato di leggerlo e (cosa che mi ha spiazzato) il più delle volte è anche riuscito ad emozionare. Spiazzato perchè questo significa che sono riuscito ad interpretare nel modo giusto la storia di Alessandro Bilotta, e a restituire le emozioni che la storia stessa ha trasmesso a me. Non so cosa dire dei volti dei ragazzi che sono venuti a chiedere l'illustrazione presso i DylanDogofili sabato scorso a Napoli: tutti bellissimi, tutti speciali. Non so cosa dire delle belle parole dei colleghi. Non so cosa significhi sentirsi parte, seppur nello spazio limitato di un cena di lavoro, di una grande realtà come quella della Bonelli.
Non so se sia capitato per caso, o se il caso è in qualche modo stato sollecitato da una mia precisa volontà di essere qui in questo momento. In ogni modo, finché dura, io mi prendo più che volentieri queste belle cose e ringrazio tutti coloro che hanno reso possibile questo mio totale, spettacolare, spaesamento. Grazie davvero.
Non so se sia capitato per caso, o se il caso è in qualche modo stato sollecitato da una mia precisa volontà di essere qui in questo momento. In ogni modo, finché dura, io mi prendo più che volentieri queste belle cose e ringrazio tutti coloro che hanno reso possibile questo mio totale, spettacolare, spaesamento. Grazie davvero.
Trois souhaits tome 3: ci siamo quasi
"Che vuole ancora 'sto fricchettone?"
"Ricordarvi che il terzo libro di "3 Souhaits" esce in Francia il 29 Maggio, ragazzi"
"ed era proprio necessario affumicare tutto il palazzo, per dircelo?"
martedì, aprile 23, 2013
Color fest numero 10: Altroquando.
Oggi, sul nuovo Color Fest, esce "Addio Groucho", la storia scritta da Bilotta e disegnata da voi sapete chi. In tutte le edicole della vostra Penisola sfasciata preferita: lo riconoscerete dalla splendida cover dell'amico Davidone De Cubellis. Ci abbiamo messo cuore, polmoni, fegato e reni in questa storia.
Fateci sapere se vi è piaciuta, e per una volta, facciamole deflagrare queste cazzo di edicole!
giovedì, aprile 18, 2013
Napoli Comicon
La sortita del Color Fest con "Addio Groucho" , il prequel del "pianeta dei morti" disegnata da me e scritta da Alessandro si appropinqua. Per l'occasione l'Associazione DylanDogofili, mi ha chiesto di essere presente al Comicon di Napoli, con un illustrazione realizzata apposta per loro.
Se lo vorrete io sarò lì Sabato dalle 16 in poi, con tutta la mia simpatia. Vi ci aspetto.
Nell'attesa, vi spiego pure come ho fatto l'illustrazione. Té chì.
Se lo vorrete io sarò lì Sabato dalle 16 in poi, con tutta la mia simpatia. Vi ci aspetto.
Nell'attesa, vi spiego pure come ho fatto l'illustrazione. Té chì.
venerdì, febbraio 22, 2013
Lettera di un figlio dal futuro
Ho sognato di ricevere una lettera magica da parte di mio figlio, pervenutami dal 2038.
diceva così:
"Caro Babbo
Finalmente siamo riusciti ad avere i documenti e qui stiamo bene, non ci manca nulla. Nadie ormai è all'ottavo mese e siamo contenti, perchè la regione dove viviamo ci fornirà dade e infermiere per tutto il periodo che precede lo svezzamento, anche se noi pensiamo di potercela cavare da soli, che tanto abbiamo il Pediatrico qui a due passi.
Nadie avrà la maternità per tutto l'anno prossimo, e comunque quando tornerà al lavoro , potrà portare il bambino al nido della sua azienda, come fanno tutte le sue colleghe.
Io ho il mio lavoro che sta cominciando a girare bene. Un sacco di gente è interessata a quello che faccio e gli ordini non mancano.
E'strano stare qui, lontano dall'Italia, e rendersi conto che questa è la vita che ho costruito, lontano da voi, in un paese che non è il mio.
Dopo tutti questi anni ho pensato di ringraziarti per tutto ciò che hai fatto per me e mio fratello: ormai siamo sistemati, e anche se non siamo vicini, abbiamo comunque un posto dove stare, una persona accanto e un lavoro, anche grazie a te e alla mamma.
Nonostante questo non riesco a ringraziarti per tutto ciò che non hai fatto e solo ora riesco a dirtelo; con una lettera perdipiù.
Quello che non hai fatto per il tuo paese, quando era il momento.
Sarebbe stato giusto scendere in strada più spesso durante il periodo in cui quel tizio salì definitivamente al potere. Non dico per farsi delle passeggiate, ma giusto così, per tirare su un po' di gente, dei gruppetti e organizzare un atto di guerriglia contro lo Stato, contro di lui. Lo dico senza compiacimento, senza il gusto di voler dire per forza una cosa assurda.
Probabilmente avevi da fare, forse stavi su Internet a vedere quello che succedeva fuori, o probabilmente avevi una scadenza per uno dei tuoi libri.
Probabilmente allora avresti dovuto scrivere almeno qualcosa su Facebook, quando ancora ce l'avevate, per dire alla gente di non andare a votare ancora una volta per quell'uomo.
Ma la verità è che la civiltà viene costruita da chi desidera costruirla e non da chi subisce passivamente le decisioni di un padre irresponsabile. E voi forse non la desideravate veramente.
Avresti potuto scrivere che ancora una volta, il più grande pubblicitario mai esistito, aveva dato in usura una serie di pacchetti regalo agli italiani rassicurandoli sul fatto che non era lui quello di cui avere paura. E' sempre stato il migliore di tutti, in questo.
Ricordi quel film di Sorrentino, che mi hai fatto vedere una volta? "L'Amico di Famiglia" si chiamava. Non dimenticherò mai la scena in cui il cravattaro fa un prestito alla giovane coppia di sposi che dovevano organizzarsi il matrimonio, ma poi visto che i due non riuscivano a pagare il debito gli va in casa e si fa consegnare con la forza perfino il Bimby , quell'aggeggio costoso che avevamo anche noi per fare le pizze e le torte. Mi aveva fatto troppa impressione che gli fregasse il "Bimby".
Il loro migliore amico si era trasformato nel peggiore dei nemici.
Avresti potuto dire che le regioni cosiddette " Traino" dell'Italia, le regioni del Nord, la Lombardia (dove è nato lui) e il Veneto (quello dove tu sei nato), dove la destra vinceva sempre, sono in realtà la vera culla delle peggio mafie: che a Brancaccio e a Secondigliano, si fa casino, si spara e ci sono i morti di fame, c'è "folklore", ma che al nord si fanno i meglio affari senza far troppo rumore, tutti belli puliti e profumati. Che la verità sullo stato delle cose era continuamente sovvertita, nascosta.
Avresti dovuto dichiarare che qualcuno stava deliberatamente sabotando il sistema scolastico dove i figli sarebbero dovuti crescere, dove avrebbero dovuto trovare le idee per trasformare il loro paese.
Avresti dovuto augurare a tutti quelli che lo avevano votato di avere un figlio disabile, per accorgersi solo all'ultimo momento, che nelle scuole non esistevano più i soldi per pagare gli insegnanti di sostegno e che quindi nessuno avrebbe potuto aiutarlo a crescere esattamente come tutti gli altri.
Avresti potuto impedire che la prostituzione diventasse un bene di consumo legale e sostenuto dallo stato, che diventasse la nuova moneta ufficiale per la corruzione. Che chiunque si potesse vendere come merce di scambio.
Avresti dovuto fare tante, forse troppe cose.
Dopo aver perso il lavoro con la Francia, perché l'Italia era uscita dall''Europa e hanno chiuso le frontiere e le transazioni legali con l'estero, avresti potuto fare fumetti di denuncia, scrivere e disegnare quello che era successo in Italia, e dire a tutti di non fare i nostri stessi errori, di riuscire con qualche idea a evitare il disastro. Forse questo era alla tua portata.
Ma mi rendo conto che queste cose non pagano, e hai preferito continuare a fare i tuoi super tizi che saltano, menano e sparano cazzate per pagare gli studi a me e mio fratello, con gli editori italiani, anche se pagavano meno.
Ricordo quando mi raccontavi dei tuoi viaggi in Francia, alle Convention e di quanto ti facesse orrore durante le cene, sentire i tuoi colleghi italiani parlare dell'ennesima buffonata del nostro presidente, con i falsi sorrisi e gli sguardi imbarazzati dei commensali francesi. Di quanto non riuscivi a non percepire un retrogusto di orgoglio nelle parole di chi raccontava le sua gesta, nonostante sembrasse voler dire il contrario. "Noi Italiani siamo fatti così, il nostro capo è un po' bizzarro: bisognerebbe farci un fumetto!".
E tu che digrignavi i denti e che ti maledivi, senza riuscire a dire " Non è divertente, stronzi! Non è buffo, è solo tragico, insensato e bisognerebbe piangere, invece. Ma com'è difficile piangere davvero per gli Italiani. Com'è difficile disperarsi nel modo giusto, nel modo che poi ti fa odiare con tutte le tue forze ciò che ti ha fatto disperare!"
Tu, che deridevi tuo fratello, lo zio, quando ti raccontava che corrompeva i funzionari Ucraini col Parmigiano per ottenere il visto per sua moglie, cosa pensi adesso che sono io a dover portare le bottiglie di vino nei vostri uffici dell'immigrazione per avere prima le carte?
Dopo che la mamma, plurilaureata, pluri masterizzata, perse anche il lavoro come segretaria e si mise a fare lezione di pianoforte e solfeggio per riuscire a pagare le spese, forse avresti duvuto dire che c'era qualcosa di sbagliato negli italiani, se a tutti sembrava normale e giusto vivere così.
Ma le cose da fare che non si sono fatte sono sempre tante, e tu forse, non hai colpa. Ognuno ha il proprio ruolo il proprio scopo e ora che sto per diventare anch'io papà, credo riuscirò a capirlo.
Mi devi perdonare lo sfogo, ma era da tanto tempo che volevo dirti queste cose.
Spero di riabbracciarti presto, che così magari ne parliamo di persona, se le mie parole ti hanno fatto arrabbiare.
ti bacio, saluta la mamma."
Buonanotte a tutti
giovedì, febbraio 07, 2013
Dalla Francia, con astio.
Quest'anno non sono andato ad Angouleme, per varie ragioni tra cui non meno importante, il fatto che non mi ci hanno invitato, perchè non ho libri usciti di recente. Da quello che vedo in rete però, ho come l'impressione che là stia succedendo un casino, nel mondo del fumetto intendo.
Sembra che il Velo di Maya, dietro cui si celava il benessere del settore Bande Dessinée, lo si stia un pochetto stracciando: gli autori sono scontenti, e la sovrapproduzione di cui parlavo in uno dei miei post sull'argomento dell'anno scorso (questo qua http://useless75.blogspot.it/2012/02/piccolo-ma-prolisso-post-riflessivo.html) sta creando dei problemi reali.
Cerco di non dare giudizi di sorta sulla situazione, che non conosco approfonditamente e nel dettaglio, ma credo sia utile dare una letta a ciò che scrive uno dei tanti autori di fumetti mangiarane, in risposta ad un uscita del Ministro della cultura francese Aurélie Fillippetti durante i giorni del Festival. Lo riporto qui sotto, con tutti i limiti della mia conoscienza del francese: spero mi perdonerete, ma credo di essere riuscito a restituire il senso del discorso.
C'è anche un documentario che è stato presentato al Festival suscitando un grosso dibattito, che si chiama "sous les bulles, l'autre visage du monde dela BD", che sono in attesa di riuscire a vedere, ma che sostanzialmente, parla dello stesso argomento.
In ogni caso, sono molti gli autori francesi che si sono espressi sul merito, ma questo, nonostante i toni più o meno contestabili, è tra i più interessanti.
L'autrice si chiama Tanxxx e qui potete trovare il post originale http://tanxxx.free-h.fr/bloug/archives/6486
Cara Aurèlie
non me ne vorrete se vi chiamo per nome, dopotutto io sono un autrice di fumetti e nulla può essere preso troppo seriamente in questo campo. Ho letto la tua intervista su actuaBD sulla tua visita al Festival di Angouleme. Non mi aspettavo molto per un sacco di motivi, ma in ogni caso, sono rimasta colpita e non posso evitare di reagire.
Non mi soffermerò sui luoghi comuni di cui parli a proposito del nostro settore ovvero I-fumetti-sono-divertenti-e-fanno-leggere-i-bimbi-ma-soprattutto-i-ragazzi- anche se la cosa è francamente allarmante detta da un ministro della cultura. Mi concentrerò tuttavia , sul vuoto terribile che concerne la situazione degli autori , mi riferisco alle risposte che hai dato :
(riporto una parte dell'intervista rilasciata sul sito ACTUABD (http://www.actuabd.com/Angouleme-2013-Aurelie-Filippetti), quella incriminata :)
Per un ministro della cultura, il fumetto è importante nel nostro panorama culturale?
E' molto importante perché i fumetti sono un'arte popolare e un modo per far legger i bambini. I bambini che leggono fumetti sono un importante pratica culturale. Il 90% dei bimbi tra gli 11 e i 14 anni ora dicono di aver letto un fumetto. Questo è grande, dobbiamo anche incoraggiarli e guidarli a scoprire la grande diversità nell'offerta dei fumetti, le differenti scuole, i diversi generi e portarli a formare il loro gusto. E 'un grande orgoglio per la Francia e il Belgio visto che fanno parte delle principali aree di creazione di fumetti nel mondo.
Vi è una grande produzione di fumetti, si parla addirittura di sovrapproduzione. Fra i professionisti BD: autori, editori, librai ... c'è qualcuno che vi è venuto a a parlare di una "crisi del fumetto"?
No, non abbiamo parlato di "crisi del fumetto". Rispetto al complesso dell'industria libraria, quello dei fumetti è ancora un settore che si regge bene, c'è ancora un leggero aumento rispetto allo scorso anno. E 'vero che ci sono molte opere, circa 5.500, ma io lo trovo molto positivo. L'essenziale è che la diversità del mercato editoriale sia conservata, che i talenti giovani e nuovi possano emergere e che ognuno trovi il suo posto. Pare che sia effettivamente così. E il passaggio al digitale è stata avviato anche nel mondo del fumetto,e penso che questo sia un bene,oggi.
Quello che mi è stato detto,riguarda piuttosto i problemi che devono affrontare tutti gli autori: i nuovi contratti che concernono i diritti nell'epoca del fumetto digitale, cosa di cui stiamo discutendo. Sono contento di aver conosciuto Vincent Montagne oggi(Presidente dell'Unione Nazionale Edition, ma anche fumetti Média-Participations ). Spero che raggiungeremo un accordo.
Mi cadono le braccia. Cerchiamo di capirci: il solo settore che si mantiene bene all'interno del mondo della BD, è quello degli editori Mainstream, al prezzo di contratti scandalosi imposti ai loro autori. La, secondo te così meravigliosa, diversità del mondo dell'edizione dei fumetti, si sorregge perché la maggior parte degli autori indipendenti (ma degli autori in genere ) si accontentano di una miseria per vivere perché amano il loro mestiere, e perché non hanno scelta.
Quando vi dico miseria, dobbiamo capire che pochi raggiungono un salario minimo, e che lo standard è più sul lato di percepire il sostegno di disoccupazione: i più fortunati vivono con un coniuge che abbia uno stipendio.
La maggior parte dei miei amici e colleghi stanno in miseria, la vera miseria, tanto che io credo di dovermi ritenere fortunata a percepire 750 euro mensili.
Dobbiamo ricordarlo? Un autore non ha ne' stipendio fisso, ne' sciopero, paga una retta complementare obbligatoria per la pensione, paga un mutuo, non ha ferie pagate, e tutto questo è grazie ai suoi datori di lavoro o editori.
Tutto questo è estremamente precario. L'autore è malleabile, a seconda dei desideri del suo padrone, ed è questa la flessibilità tanto auspicata
Abbiamo vissuto per diversi anni, il mio compagno ed io, mantenendoci col mio unico reddito. Se sento che la nostra situazione oggi è meno difficile, è solo perché il mio compagno oggi ha un lavoro pagato. Ma molto precario. Ecco di cosa ci si accontenta in queste situazioni: essere in grado di pagare l'affitto senza strapparsi i capelli per le bollette che seguono.
Tutto ciò a cui questa situazione porta è una vita di miseria, il vivere giorno per giorno e dove tutto è molto complicato: affittare un appartamento, scaldarsi, mangiare.
Non so nemmeno parlare dell'impatto reale che questo ha sulla produzione degli autori, spinti a trovare i soldi il più in fretta possibile per il 10 del mese: Si mettono da parte quasi sempre le proprie mire artistiche per cercare del lavoro "alimentare".
E di nuovo è troppo aspettarsi che i nostri datori di lavoro, che il nostro lavoro "così carino", possano sostenere e giustificare tutte le umiliazioni che ne conseguono? Lavori urgenti fatti in fretta durante la notte e pagato con mesi di ritardo (quando effettivamente è pagato) il disprezzo palese dei nostri clienti, (…un 'altra cosa brutta che non sono riuscito a tradurre ma che ha a che fare con le fatture dei liberi professionisti…)
Non abbiamo alcun tipo di paracadute. La vita di un artista-scrittore è paragonabile all'andare in bicicletta: se si smette di pedalare, si cade. E la caduta è fatale.
La cosa peggiore di tutto questo è che tu abbia contattato il SNE( sindacato nazionale Editori) per discutere le condizioni contrattuali degli autori. Immaginate di andare a dire a un dipendente Peugeot: "non ti preoccupare ci prendiamo cura di voi, abbiamo discusso con il MEDEF (mouvent des Entrepises de France)
Il cinismo o ignoranza per ciò che riguarda la situazione dei lavoratori-autori è illimitata: ogni giorno ci troviamo di fronte a questo genere di cose, e questo è intollerabile.
Sai, cara Aurélie, che gli autori presenti al così meraviglioso Festival di Angoulême impiegano il loro orario di lavoro o di riposo per essere là così belli e carini? Lo sapevi che se continuano ad andarci in ogni caso, questo accade in gran parte perché si tratta di uno dei rari momenti in cui possono incontrarsi tra loro, visto che non hanno i mezzi per spostarsi il resto anno?
Sei a conoscienza del fatto che gli autori cercano di costruire progetti in digitale lontani dagli editori tradizionali perché questi ultimi vedono in questo nuovo mezzo, solo un modo per arricchirsi un po 'di più sulle spalle degli autori?
Lo sapevi che il principale sindacato degli autori lo SNAC, ha giustamente interrotto le trattative con il Sindacato Nazionale Editori su questo tema molto delicato?
( Credo di capire che il problema del "numèrique", ovvero della conversione dei fumetti dal cartaceo al digitale, in questo momento è molto sentito dagli autori, che presagiscono l'intenzione da parte degli editori, di sottrarre loro parte dei diritti provenienti dallo sfruttamento di questo supporto, ancora non sufficientemente categorizzato)
Lo sapevi che il principale sindacato degli autori lo SNAC, ha giustamente interrotto le trattative con il Sindacato Nazionale Editori su questo tema molto delicato?
( Credo di capire che il problema del "numèrique", ovvero della conversione dei fumetti dal cartaceo al digitale, in questo momento è molto sentito dagli autori, che presagiscono l'intenzione da parte degli editori, di sottrarre loro parte dei diritti provenienti dallo sfruttamento di questo supporto, ancora non sufficientemente categorizzato)
Lo sai che se gli autori sfoggiano un bel sorriso ad Angoulême è perché fuggono dai loro problemi giusto per il tempo di quel Festival?
Cara Aurélie, non affidarti al Festival per farti un idea della vita dell'autore, le paillettes sono accecanti. Il festival internazionale di Angouleme, è la più grande menzogna sulla situazione del fumetto, degli editori e degli autori.
La vita de Bohemien ha di carino solo il nome.
Tanxxx
Ecco.
non mi soffermo su tutte quelle cose ultra-populiste-esterofile di cui potrei parlare (tipo che so, l'esistenza delle categorie, di un sindacato, di una retta obbligatoria per la pensione, di un ministro della cultura che si interessi del settore dell'Editoria e del fumetto, o del fatto che ci sia un reale confronto e dibattito tra le parti coinvolte, della discussione reale sulla categorizzazione in temini di legge del fumetto digitale ecc..).
non mi ci soffermo, che mi faccio del male.
meglio tornare a disegnare....
non mi soffermo su tutte quelle cose ultra-populiste-esterofile di cui potrei parlare (tipo che so, l'esistenza delle categorie, di un sindacato, di una retta obbligatoria per la pensione, di un ministro della cultura che si interessi del settore dell'Editoria e del fumetto, o del fatto che ci sia un reale confronto e dibattito tra le parti coinvolte, della discussione reale sulla categorizzazione in temini di legge del fumetto digitale ecc..).
non mi ci soffermo, che mi faccio del male.
meglio tornare a disegnare....
lunedì, dicembre 31, 2012
Mytico 2012
Sentite, se devo pensare a quello che è successo quest'anno, credo di potermi considerare una personcina soddisfatta. All'epoca in cui non credevo sarei mai riuscito a trasformare in un lavoro quello che facevo per i cavoli miei o per la bacheca della mia classe, mi ero addestrato a convincermi che le cose tipo essere pubblicati ed essere pagati per i propri disegni, succedevano a persone che abitavano altri pianeti, irraggiungibili dai comuni mortali disegnativi.
Oggi posso dire che queste cose succedono ai terrestri e incredibilmente anche ai terrestri italiani.
Se questi terrestri sono ancora più fortunati gli capita di fare un qualcosa che piaccia ai lettori.
Se proprio hanno una fortuna sfacciata, questi qua fanno un qualcosa che piace ai ragazzi e che ispira quei ragazzi, spingendoli a disegnare e a raccontare a loro volta, esattamente come era successo a loro, secoli prima.
Quindi grazie anno che te ne vai, per avermi fatto vedere le facce di quei ragazzi, per avermi permesso anche in minima parte di contribuire ad averli ispirati e spinti a leggere ed amare i fumetti. Grazie per avermi dato la possibilità di condividere con loro l'idea che i racconti disegnati, sono sempre capaci, ancora oggi, di trascinare, ispirare, illudere, divertire, commuovere, far incazzare, far trepidare nell'attesa del numero dopo, e far dire "forse anch'io voglio fare quella cosa lì, di lavoro, domani".
Dedico tutto ciò dunque a coloro che hanno disegnato, scritto, coordinato e direzionato, ma soprattutto a quelli che hanno letto.
Oggi posso dire che queste cose succedono ai terrestri e incredibilmente anche ai terrestri italiani.
Se questi terrestri sono ancora più fortunati gli capita di fare un qualcosa che piaccia ai lettori.
Se proprio hanno una fortuna sfacciata, questi qua fanno un qualcosa che piace ai ragazzi e che ispira quei ragazzi, spingendoli a disegnare e a raccontare a loro volta, esattamente come era successo a loro, secoli prima.
Quindi grazie anno che te ne vai, per avermi fatto vedere le facce di quei ragazzi, per avermi permesso anche in minima parte di contribuire ad averli ispirati e spinti a leggere ed amare i fumetti. Grazie per avermi dato la possibilità di condividere con loro l'idea che i racconti disegnati, sono sempre capaci, ancora oggi, di trascinare, ispirare, illudere, divertire, commuovere, far incazzare, far trepidare nell'attesa del numero dopo, e far dire "forse anch'io voglio fare quella cosa lì, di lavoro, domani".
Dedico tutto ciò dunque a coloro che hanno disegnato, scritto, coordinato e direzionato, ma soprattutto a quelli che hanno letto.
venerdì, dicembre 28, 2012
Dylan is coming.
Oggi per me è un giorno importante. Non spenderò quintali di parole su quanto per me abbia significato Dylan Dog quand'ero ragazzo, ma sappiate che vedere una mia immagine sull'editoriale dell'ultimo numero della serie regolare, mi ha veramente emozionato.
lunedì, dicembre 03, 2012
lunedì, novembre 19, 2012
Delirio mistico sul colore
Da piccolo avevo la fissazione delle scene dipinte della Passione di Cristo. Tutte le rappresentazioni di quell'uomo dapprima accolto a Gerusalemme come un eroe , un trascinatore infallibile e poi tradito, vilipeso, flagellato e appeso ad una croce di legno come un animale, mi hanno sempre preso in modo assurdo.
I colori delle palme, delle strade sassose, della cena illuminata da poche candele, della vergogna del Getsemani e poi di questa lenta discesa verso il disfacimento totale del corpo. Questa Epifania di sangue e di torture. I fiotti di sangue dal costato, il sudario imbrattato, i ladroni con le gambe spezzate.
Sono più o meno i primi ricordi a colori che ho delle cose che mi interessavano disegnare.
Mi piacevano proprio, i colori di quelle scene.
Stranamente credo di aver avuto una sorta di ubiquità a livello di interessi disegnativi all'inizio. Da una parte c'erano l'incredibile Hulk e Superman, che mio fratello disegnava in modo fichissimo e che quindi io invidioso della sua bravura tentavo di imitare. Dall'altra questi vangeli di pregio che giravano per casa, che mi ricordavano alcune delle immagini che vedevo nelle chiese della mia città: queste storie illustrate che per me non erano differenti dagli altri libri di fiabe che i miei mi mettevano in camera.
La storia della Passione mi affascinava forse per un certo retrogusto macabro e scabroso che non trovavo nelle favolette.
Io avevo questi piccoli cartoni telati che mi arrivavano regalati dal negozio dei miei zii, assieme a dei tubetti di acquerelli.
Mi sembrava ovvio dipingere su quelle piccole tele le scene della Passione, soprattutto quelle con Cristo sul Golgota, per poi restituirgliele.
Credo che vedendo questo piccoletto di otto/nove anni che a Natale, Pasqua e compleanni vari, arrivava sempre in casa loro con questi strazi umani dipinti, per dono (mettevo quasi sempre Gesù coi due ladroni, mi ero specializzato in questo), i miei zii avessero pensato di avere in famiglia un bambino disturbato. Forse avrebbero preferito gli portassi Hulk.
A pensarci ora, probabilmente potevano pensare che i miei genitori mi maltrattassero, costringendomi ad una rigida e ossessiva educazione religiosa. Niente di tutto questo.
Alla fine mi interessavano di più le scene di un eroe religioso sconfitto e straziato, di quelle degli altri supereroi americani vincenti. Credo che fosse per un attrazione verso la rappresentazione del fallimento e della caduta disastrosa. Unita ad una non trascurabile dose di Fantasy ( i miracoli, i raggi dello spirito Santo, le resurrezioni eccetera)
Pur facendo uno sforzo notevole per affermare il contrario, quella di Gesù rimane una delle figure sovrannaturali più umane in assoluto, soprattutto per la parte della fine della sua storia in carne ed ossa.
E a pensarci, anche le rappresentazioni di tutti quelli che hanno tentato di imitarlo in questa sorta di eterno agonismo autodistruttivo in nome della fede, cioè le storie martiri (gli spin-off del vangelo) non sono da meno.
Da quasi adulto, in nome di questo fascino per il corpo sacro straziato, ho anche consegnato una tesi in Accademia su un argomento del genere. Una tesi che aveva per l'appunto il titolo di "Agonismo dell'abiezione": una specie di riflessione a tutto tondo sulle immagini del supplizio, sia quello religioso, che quello civile.
Un titolo per cui i miei amici mi hanno preso per il culo per anni.
In ogni caso se devo pensare ai colori che mi hanno segnato, sono quelli lì. I colori delle immagini sacre e nella fattispecie quelle del martirio. Per dirla in modo diverso, le immagini della "sacralità del Martirio", di cui la Chiesa si è fatta forte nei secoli.
Perché per quanto io possa pensare male della chiesa e di tutto l'apparato religioso, credo che nessun disegnatore o autore possa prescindere dall'influenza che le storie e le immagini del vangelo abbiano avuto sulla propria arte. Alle immagini di Giotto, di Michelangelo, di Piero della Francesca, di Caravaggio e di tutti gli artisti che hanno messo soprattutto "uomini", nelle immagini sovrannaturali.
Penso a questo mentre metto i colori sulle pagine di Dylan riflettendo sul modo in cui sono arrivato qui.
La storia che sto disegnando parla di una caduta disastrosa, (che io non voglio assolutamente paragonare a quella di Cristo, lo metto subito in chiaro).Parla della fine di una figura eroica. Parla tra le altre cose, di come tutto ciò che sta attorno al protagonista si ammali, deperisca e muoia.
Mentre concludo l'apparato scenico di queste pagine, mi addestro a pensare ai colori della caduta e della fine, ai colori di qualcosa di tragico. Penso che se esiste una necessità imprescindibile, nel momento in cui si ha a che fare con un personaggio archetipico come Dylan, sia quello di scavare nel profondo di ciò che si è per trovare le tracce di come dev'essere rappresentato. E io scavando ci trovo mio malgrado quello che ho appena scritto.
Mi rendo conto che tutto ciò che è archetipico, iconico, è per sua natura sacro, e penso di essere fottuto. Penso anche che devo consegnare le pagine di un fumetto per ragazzi e non certo un compendio sull'escatologia occidentale.
Ma tutte queste sensazioni convergono e non ci posso fare nulla. Penso che la mano che dipingeva le crocefissioni sulla tela da regalare agli zii a Pasqua è la stessa che sposta i pixel sul tizio inglese con la camicia rossa. E forse che sto andando completamente fuori di testa per colpa di questo mestiere.
giovedì, ottobre 25, 2012
venerdì, ottobre 12, 2012
Bologna. Corso di colorazione Digitale professionale 2012
Per tutti i Bolognesi, o i Limitrofesi della zona, è il momento di sapere che Lunedi 22 Ottobre dell'anno 2012 Dopo Cristo, alle 18 e 30 ora italiana, presso La PGM, in via Santa Rita 4 (Bologna), avverrà la presentazione del Corso di Colorazione Digitale Professionale, curata da me e dal superlativo Umberto Stagni. Non potete fare finta di niente, come al solito.
martedì, ottobre 09, 2012
underground e overground
Il secondo pippone, ovvero la necessaria chiosa all'argomento "lavoro" iniziato con il post precedente, riguarda la fase successiva di chi ha scelto di fare il disegnatore o il fumettista nella vita, cioè trovare un applicazione pratica e remunerativa delle sue attitudini.
Una volta addentraticisi, non si sa di essere lì, in quel momento storico della propria esistenza, ma si pensa di stare bene, di essere tranquilli, come una barchetta su un fiumiciattolo, cullati dalle timide correnti dell'autodeterminazione e dal compiacimento che ciò procura. Ma il gorgo è in agguato.
Mi rendo conto dell'abuso di comparazioni acquatiche nell'esporvi il mio pensiero, avendo già utilizzato il termine di paragone dell "oceano delle necessità", ma non ci posso fare nulla, mi va così e 'sti cazzi dunque.
Quando ho cominciato a provare a fare questo lavoro ho pensato istantaneamente che il pubblico che ancora non conosceva la mia opera, non attendesse altro che me per riconsiderare il modo in cui misurare la realtà, e che bramasse da sempre di percorrere queste nuove vie, da me suggerite, per essere ispirati e trascinati in una nuova visione del mondo: l'unica "gravida" di verità e di bellezza.
Visione che avrei trasmesso a piene mani attraverso i miei disegni e le mie storie.
Tutto questo si appoggiava su un assunto, un assoluto che dà legittimità a chi si muove in questo senso.
Sorvolo sui drammi parentali che hanno spinto un disegnatore ad esprimersi in cotal guisa e a cercare consensi con quelle specifiche modalità.
Nonostante tutto, ecco che le nostre cose cominciano ad essere mostrate agli altri. Ed ecco quello che succede:
Non ero necessario al mondo, o meglio, le cose giravano lo stesso anche senza di me. Fu una constatazione semplice, ma fondamentale.
Premessa
Questa fantastica fase (ovvero quello dell'affermazione della propria identità in un modo ancora più specifico) è quanto di più problematico, complesso e tortuoso possa esistere per chi fa un lavoro di tipo creativo. Non riguarda solo il fumetto in realtà, ma ci stiamo belli dentro anche noi.Una volta addentraticisi, non si sa di essere lì, in quel momento storico della propria esistenza, ma si pensa di stare bene, di essere tranquilli, come una barchetta su un fiumiciattolo, cullati dalle timide correnti dell'autodeterminazione e dal compiacimento che ciò procura. Ma il gorgo è in agguato.
Mi rendo conto dell'abuso di comparazioni acquatiche nell'esporvi il mio pensiero, avendo già utilizzato il termine di paragone dell "oceano delle necessità", ma non ci posso fare nulla, mi va così e 'sti cazzi dunque.
Quando ho cominciato a provare a fare questo lavoro ho pensato istantaneamente che il pubblico che ancora non conosceva la mia opera, non attendesse altro che me per riconsiderare il modo in cui misurare la realtà, e che bramasse da sempre di percorrere queste nuove vie, da me suggerite, per essere ispirati e trascinati in una nuova visione del mondo: l'unica "gravida" di verità e di bellezza.
Visione che avrei trasmesso a piene mani attraverso i miei disegni e le mie storie.
Tutto questo si appoggiava su un assunto, un assoluto che dà legittimità a chi si muove in questo senso.
Una consapevolezza latente che spinge chiunque faccia il creativo a cercare il nuovo. Ci si dice:
tutto cambia, il mondo si evolve, cambiano le persone, le parole, i suoni, le visioni. A tutti è necessario il nuovo per progredire. Io sono il nuovo.
E allora cambiamolo questo mondo.
E allora cambiamolo questo mondo.
Lo diceva anche Caparezza, in uno dei suoi primi pezzi che ricordo :" Tutto ciò che c'è, c'è già; e allora nei miei pezzi che si fa?".
Ci si immagina artefici di uno scarto temporale, di un gap generazionale, suggeritori, provocatori malandrini di un sussulto nella percezione collettiva per sentirsi necessari, a buttare le proprie cose sotto gli occhi del maggior numero di persone possibili. Io almeno la vedevo così.
Cerco di descriverlo senza addentrarmi nelle ragioni per cui uno che disegna, si debba sentire così.Ci si immagina artefici di uno scarto temporale, di un gap generazionale, suggeritori, provocatori malandrini di un sussulto nella percezione collettiva per sentirsi necessari, a buttare le proprie cose sotto gli occhi del maggior numero di persone possibili. Io almeno la vedevo così.
Sorvolo sui drammi parentali che hanno spinto un disegnatore ad esprimersi in cotal guisa e a cercare consensi con quelle specifiche modalità.
Nonostante tutto, ecco che le nostre cose cominciano ad essere mostrate agli altri. Ed ecco quello che succede:
Autodafé
Questa che io sentivo come ispirazione, compito, pulsione naturale, (compulsione naturale) si chiama presunzione, con la P maiuscola. Presunzione, unita ad una non trascurabile quantità di sfiga atavica.
C'è da dire che leggere la striscia di Schulz (suggeritami dall amico Andrea Borgioli) sarebbe sufficiente a chiudere qui il discorso. Ma mi è necessario fare il punto, fare una riflessione su ciò che ho visto e vedo facendo da un po' di tempo questo lavoro.
Non ero necessario al mondo, o meglio, le cose giravano lo stesso anche senza di me. Fu una constatazione semplice, ma fondamentale.
E' una considerazione che posso fare solo a posteriori, in quanto chi fa queste cose, deve essere almeno un pochetto così. Dev'essere cioè convinto che dopo di se' esista solo il deserto, l'apatia e il déjà vu per muoversi e fare qualcosa. Dev'essere convinto che i suoi significanti, lo siano per tutti, all'unanimità.
Ma come dicevo prima il gorgo dell'autodeterminazione ci aspettava per inghiottirci.
Per me fu naturale non autoimpormi nessun filtro, nessuna autocensura quando cominciai a pensare di dire e mostrare qualcosa con i miei disegni. é una cosa che fanno i bambini, e bambino mi sono sempre sentito in questo senso.
Credevo bastasse sigillare sui fogli il mio modo di vedere le cose in modo autentico, sincero e (potendo scegliere) formalmente attraente.
Mi resi conto poi, che non era sufficiente l'autenticità per essere cagati.
In ogni caso, facevo queste cose:
Questa si chiamava "Selezione naturale", un qualcosa di incomprensibile fatto con una "closure" assassina che si ispirava ad un disegnatore americano che avevo visto su "Tank Girl", un' agghiacciante rivista indipendente dei GGiovani post-grunge. Al Columbia. Inutile che cerchiate, non troverete traccia di lui in quei disegni.
Ma fu la prima volta che provai a fare qualcosa di più astratto del solito. Involontariamente, fu una cosa che mi spalancò il cranio e mi fece venire voglia di sparare in tutte le direzioni. Avevo trovato una specie di chiave per una parte del mio cervello che non avevo mai usato. Dialogavo con quella parte di cervello, e la mano mi restituiva qualcosa che mi somigliava :
Raccolta tutta questa fuffa dal mio subconscio, mi cimentai con quest'altra storiella, ancora più esaltante, dove decretavo di essere definitivamente inghiottito nel gorgo dello spippamento cerebrale:
Era una specie di parodia dei fumetti di genere "investigativo", ma nessuno l'ha mai capito.
Poco m'importava che fosse una cosa ombelicale. Che somigliasse più ad un insieme di appunti mentali di angosce e suggestioni sovrappensiero, che a una storia sensata. Ormai c'ero dentro.
Mi fu utile per rompere il ghiaccio con il Centro Fumetto Andrea Pazienza, giusto quello. Volevo pubblicare con loro, perchè sapevo che erano una delle realtà migliori, nel panorama degli indipendenti.
Mi guardavo intorno, c'erano parecchie realtà per così dire minori già allora (Katzyvari, Interzona, le cose dello Shock Studio e mille altri) ma nulla mi ispirava più fiducia di "Schizzo" e delle cose che ci vedevo pubblicate sopra. Ci provai e la prima volta che arrivai da loro a Cremona, successe l'inaspettato. Mi dissero che non gli sembravo adatto a pubblicare per loro, o almeno, non ancora.
Non vedevano nulla nelle cose che facevo, oltre ad un mero esercizio di stile fine a se' stesso. Niente storie, niente profondità. Solo estetica.
Altro sblocco, il secondo. Non basta fare le mosse di Bruce Lee nell'aria per fare male alla gente. Alla gente ci devi menare sul serio per farla capicollare. Questione semplice ma fondante.
Ok autenticità, non mi basti. Anche la mozzarella di Mondragone è autentica, ma mica te la leggi la sera a letto prima di dormire. Sgocciola sulle lenzuola. Forse sono scemo e non ho nulla da dire. Forse no. Devo solo sintonizzarmi e riuscire a capire come dirlo. Questo sempre col presupposto che l'universo continuava a fregarsene di me, ma quello ormai era quasi una cosa di cui vantarsi, giunti a quel livello.
Da qui lunghi e prolissi scambi di mail (io? Prolisso?) altri incontri, spiegoni e materiali inediti e finalmente riuscìi a convincerli. Mi pubblicarono due storie sulle tre che ho fatto per loro. Me la meno dicendo anche che dopo le prime pubblicazioni, mi proposero l'ambitissimo numero Monografico, solo con le mie cose, ma per una serie di ragioni, non meno importante la mia idiozia, non se ne fece nulla.
Comunque:
In un altro luogo editoriale quindi, pubblicai un'altra storia che avevo promesso a quelli di Schizzo, perchè ormai giravo come una trottola, cercando la fama. Per una casa editrice di Padova che si chiamava Brillosto, e che faceva questa rivista di nome "Mamba".
La storia si chiamava "La vendetta degli stanchi". Quindici pagine di silenzio, tranne per due battute.
Di Mamba, non fuoriuscirono altri numeri dopo il mio.
E qui successe che cominciai a guardarmi attorno.
Molte altre riviste indipendenti aprivano e chiudevano con la medesima rapidità.
I nomi degli autori che pubblicavano su quelle pagine erano sempre gli stessi.
Sembrava una staffetta.
E qui finalmente, si arriva al dunque.
Perchè lo stavo facendo, se nessuno mi pagava per farlo?
Dopo il primo e il secondo sblocco, ovvero dopo aver preso coscienza dei propri mezzi, arriva il fatidico: "Sivabbèmacomecimangioco'starobbaqqua?"
Mi si può dire:"vabbè anche se non ci guadagni, vuoi mettere la gnocca che tiri su alle fiere di fumetto dicendo che hai pubblicato qualcosa negli indipendenti?"
Avete presente zero? Ecco, da quel punto di vista lì era zero.
Allora c'era il miraggio della visibilità. Altro capitolo densamente popolato di dubbiose riflessioni.
Per quel tipo di riviste si parlava di 1500 copie tirate, quando andava bene. Quando andava male ne tiravano di meno e ti chiedevano un contributo anche a te per stamparla.
Poi andavi in fumetteria e vedevi tutti questi numeri unici di riviste indipendenti che più che essere in vendita, sembravano la collezione del libraio. Stavano sempre là, negli scaffali. Andavi alle fiere e vedevi che le riviste venivano vendute a quelli che stavano nel tuo ambiente: disegnatori, librai, critici, piccoli editori.
Per farla breve, non mi tornava un granchè.
Terzo sblocco, allora. Proviamo con il colore:
Successe dunque qualcosa di importante, ma sinistro. Se volevo procurarmi da vivere utilizzando le cose che sapevo fare, dovevo utilizzare la parte diciamo così più mainstream della mia produzione, l'immediatamente fruibile, ovvero il bel disegno inteso in senso accademico. Punto. Qualcosa che il mercato riuscisse a codificare ed utilizzare immediatamente, senza interrogarsi su ciò che volevo dire. Sui contenuti cioè. Nel senso che i contenuti mi venivano forniti da altri ed io li visualizzavo.
I miei contenuti erano rimasti underground, mentre l'atto che avrebbe permesso di celebrarli, era overground.
In quel caso, ho fatto per la prima volta conoscenza con quelle che sono le condizioni standard di qualsiasi contratto di edizione per romanzi grafici in italia, non giocavo più, per così dire. Un mese di stipendio da impiegato per realizzare tutto il libro e il miraggio delle percentuali sulle vendite, una volta superata la percentuale dell'anticipo ( perchè il compenso è un anticipo sui diritti della prima tiratura). Un mese di stipendio da impiegato per un anno e mezzo di lavoro.
A posteriori, posso dire che quello fu uno degli anni più pesanti della mia vita. I soldi che avevo preso per il libro, mi bastavano giusto per qualche mese di bollette, ma per il resto, zero assoluto. Con in più il magone di dare il massimo in ogni secondo, per uscire con qualcosa che sia il meglio di quello che puoi dare all'umanità in termini di storia e disegni. Il tutto sempre per rincorrere il miraggio della visibilità.
Poco m'importava che fosse una cosa ombelicale. Che somigliasse più ad un insieme di appunti mentali di angosce e suggestioni sovrappensiero, che a una storia sensata. Ormai c'ero dentro.
Mi fu utile per rompere il ghiaccio con il Centro Fumetto Andrea Pazienza, giusto quello. Volevo pubblicare con loro, perchè sapevo che erano una delle realtà migliori, nel panorama degli indipendenti.
Pubblicazione
Non vedevano nulla nelle cose che facevo, oltre ad un mero esercizio di stile fine a se' stesso. Niente storie, niente profondità. Solo estetica.
Altro sblocco, il secondo. Non basta fare le mosse di Bruce Lee nell'aria per fare male alla gente. Alla gente ci devi menare sul serio per farla capicollare. Questione semplice ma fondante.
Ok autenticità, non mi basti. Anche la mozzarella di Mondragone è autentica, ma mica te la leggi la sera a letto prima di dormire. Sgocciola sulle lenzuola. Forse sono scemo e non ho nulla da dire. Forse no. Devo solo sintonizzarmi e riuscire a capire come dirlo. Questo sempre col presupposto che l'universo continuava a fregarsene di me, ma quello ormai era quasi una cosa di cui vantarsi, giunti a quel livello.
Da qui lunghi e prolissi scambi di mail (io? Prolisso?) altri incontri, spiegoni e materiali inediti e finalmente riuscìi a convincerli. Mi pubblicarono due storie sulle tre che ho fatto per loro. Me la meno dicendo anche che dopo le prime pubblicazioni, mi proposero l'ambitissimo numero Monografico, solo con le mie cose, ma per una serie di ragioni, non meno importante la mia idiozia, non se ne fece nulla.
Comunque:
In un altro luogo editoriale quindi, pubblicai un'altra storia che avevo promesso a quelli di Schizzo, perchè ormai giravo come una trottola, cercando la fama. Per una casa editrice di Padova che si chiamava Brillosto, e che faceva questa rivista di nome "Mamba".
La storia si chiamava "La vendetta degli stanchi". Quindici pagine di silenzio, tranne per due battute.
Di Mamba, non fuoriuscirono altri numeri dopo il mio.
E qui successe che cominciai a guardarmi attorno.
Molte altre riviste indipendenti aprivano e chiudevano con la medesima rapidità.
I nomi degli autori che pubblicavano su quelle pagine erano sempre gli stessi.
Sembrava una staffetta.
E qui finalmente, si arriva al dunque.
Perchè lo stavo facendo, se nessuno mi pagava per farlo?
Dopo il primo e il secondo sblocco, ovvero dopo aver preso coscienza dei propri mezzi, arriva il fatidico: "Sivabbèmacomecimangioco'starobbaqqua?"
Mi si può dire:"vabbè anche se non ci guadagni, vuoi mettere la gnocca che tiri su alle fiere di fumetto dicendo che hai pubblicato qualcosa negli indipendenti?"
Avete presente zero? Ecco, da quel punto di vista lì era zero.
Allora c'era il miraggio della visibilità. Altro capitolo densamente popolato di dubbiose riflessioni.
Per quel tipo di riviste si parlava di 1500 copie tirate, quando andava bene. Quando andava male ne tiravano di meno e ti chiedevano un contributo anche a te per stamparla.
Poi andavi in fumetteria e vedevi tutti questi numeri unici di riviste indipendenti che più che essere in vendita, sembravano la collezione del libraio. Stavano sempre là, negli scaffali. Andavi alle fiere e vedevi che le riviste venivano vendute a quelli che stavano nel tuo ambiente: disegnatori, librai, critici, piccoli editori.
Per farla breve, non mi tornava un granchè.
Terzo sblocco, allora. Proviamo con il colore:
Il bivio
Il colore funzionò. Nel senso che mi procurò lavoro come illustratore, soprattutto con l'editoria per i ragazzi e la pubblicità. Ma pose uno stop alla mia avventura di autore.Successe dunque qualcosa di importante, ma sinistro. Se volevo procurarmi da vivere utilizzando le cose che sapevo fare, dovevo utilizzare la parte diciamo così più mainstream della mia produzione, l'immediatamente fruibile, ovvero il bel disegno inteso in senso accademico. Punto. Qualcosa che il mercato riuscisse a codificare ed utilizzare immediatamente, senza interrogarsi su ciò che volevo dire. Sui contenuti cioè. Nel senso che i contenuti mi venivano forniti da altri ed io li visualizzavo.
I miei contenuti erano rimasti underground, mentre l'atto che avrebbe permesso di celebrarli, era overground.
Ultimo tentativo
Facendo un passo in avanti, ci ritornai qualche anno dopo facendo "Delethes", forse ve lo ricordate. Lì ho fatto sul serio per la prima volta, avevo pensato ad una serie scritta e disegnata completamente da me e mi ero impegnato a darci dentro nonostante le risorse dell'editore non fossero da kolossal. Col miraggio di oltrepassare i confini Italiani e mostrare le mie cose in Francia, visto che la casa editrice distribuiva anche là. Con la convinzione che quello che avevo da offrire fosse sufficiente a far smuovere qualcosa.In quel caso, ho fatto per la prima volta conoscenza con quelle che sono le condizioni standard di qualsiasi contratto di edizione per romanzi grafici in italia, non giocavo più, per così dire. Un mese di stipendio da impiegato per realizzare tutto il libro e il miraggio delle percentuali sulle vendite, una volta superata la percentuale dell'anticipo ( perchè il compenso è un anticipo sui diritti della prima tiratura). Un mese di stipendio da impiegato per un anno e mezzo di lavoro.
A posteriori, posso dire che quello fu uno degli anni più pesanti della mia vita. I soldi che avevo preso per il libro, mi bastavano giusto per qualche mese di bollette, ma per il resto, zero assoluto. Con in più il magone di dare il massimo in ogni secondo, per uscire con qualcosa che sia il meglio di quello che puoi dare all'umanità in termini di storia e disegni. Il tutto sempre per rincorrere il miraggio della visibilità.
In più, si trattava di fare un ulteriore compromesso.
Ho cercato di muovere le mie pulsioni autoriali, attraverso i limiti del fumetto di genere, nello specifico, la fantascienza. Ma lì il problema stava a monte: avrei potuto fare anche tutt'altro genere di storia, visto che la casa editrice non aveva i mezzi per competere con i circuiti mainstream, nè in Italia, nè all'estero. Era ed è una realtà che si muove all'interno delle realtà indipendenti, ma all'epoca non me ne ero accorto, o più semplicemente non mi interessava. Mi sembrava di poter unire il mio desiderio di scrivere, a quello di condirlo con dei disegni che fossero commercialmente codificabili.
In realtà la serie era prevista in tre volumi. Ma l'editore non accettò mai le condizioni che avevo posto per chiuderla col secondo volume. Non ce la facevo a farne un altro in quelle condizioni.
Dopo questa esperienza, mentre mi accingevo a dare il via ad una serie di progetti di tipo istituzionale, (che grazie al cielo avevo ottenuto) continuava a guardarmi attorno, dicendomi che non sarei comunque mai riuscito ad abbandonare completamente la necessità di raccontare qualcosa di completamente mio.
Ma mi è impossibile, attualmente, accettare le condizioni che gli editori offrono a chi vuole proporre materiale originale, a chi vuole fare romanzi grafici o qualunque altra cosa definisca il termine "libro a fumetti". Non posso più investire in questo senso. Non nell'immediato almeno.
Ma nonostante il fatto che mi vada bene, che sono appagato professionalmente, il desiderio di fare qualcosa come autore rimane sempre lì. Lo sanno bene i miei amici e colleghi, a cui rompo sempre i coglioni dicendo " Da un momento all'altro, mi metto a scrivere un nuovo libro per i cazzi miei"
Conclusione
E dopo un sacco di tempo ho capito una cosa; c'è chi ci arriva subito, io ho impiegato un bel po' di anni: il fumetto e l'illustrazione appartengono alla categoria dell'intrattenimento e della comunicazione di massa e solo in quell'ambito trovano legittimità. Possiamo fare i salti mortali per cercare di credere il contrario, e piango e mi dispero pensando che non abbiano una forma più pura di questa. Inutile pensare di poter fare arte in senso stretto quando si fanno fumetti o illustrazioni.
Sono però modi espressivi che hanno una straordinaria specificità. E la specificità a cui mi riferisco, non ha minor potere di entrare nell'anima delle persone, dell'arte; ci arriva solamente attraverso vie meno intricate. Nel nostro lavoro si è soggetti a delle regole espressive, a delle meccaniche di movimento, che vanno attuate altrimenti il giocattolo non funziona. In questo senso è una forma espressiva meno pura. Ma trattiene una spettacolare specificità.
Nel migliore dei casi e con i cuori più infuocati dietro quelle matite, si arriva a mostrare un qualcosa che solo attraverso il fumetto e l'illustrazione trova l'apice espressivo, l'unità di tempo, luogo e spazio assoluta: un qualcosa che può raggiungere tutti i neuroni e le sinapsi del lettore solo in quel modo: la perfezione formale attraverso la quale il contenuto sublima. ( in senso Aristotelico, mica cazzi).
Sono però modi espressivi che hanno una straordinaria specificità. E la specificità a cui mi riferisco, non ha minor potere di entrare nell'anima delle persone, dell'arte; ci arriva solamente attraverso vie meno intricate. Nel nostro lavoro si è soggetti a delle regole espressive, a delle meccaniche di movimento, che vanno attuate altrimenti il giocattolo non funziona. In questo senso è una forma espressiva meno pura. Ma trattiene una spettacolare specificità.
Nel migliore dei casi e con i cuori più infuocati dietro quelle matite, si arriva a mostrare un qualcosa che solo attraverso il fumetto e l'illustrazione trova l'apice espressivo, l'unità di tempo, luogo e spazio assoluta: un qualcosa che può raggiungere tutti i neuroni e le sinapsi del lettore solo in quel modo: la perfezione formale attraverso la quale il contenuto sublima. ( in senso Aristotelico, mica cazzi).
Se si prende atto di questo, cioè si accetta un meccanismo creativo specifico nel momento in cui si fa il fumettista o l'illustratore, si deve anche accettare che è necessario esprimersi anche in luoghi specifici. Per far sì che la propria opera esista e abbia una diffusione capillare, è necessario confrontarsi con la produzione commerciale, utilizzando i compartimenti stagni del fumetto di genere o dell'illustrazione istituzionale. O almeno fare in modo che sembri tale. Questo perchè?
Perchè chi costruisce e scrive storie a fumetti, vuole avere voce, e vuole che questa voce si senta: sarebbe ipocrita pensare il contrario.
Come faccio allora ad avere voce se il circuito dell'editoria indipendente, non ha il potere di amplificarla?
Come si supera il paradosso secondo il quale, l'autenticità di cui si parlava prima, non può trovare espressione e diffusione se non utilizzando i canali commerciali?
In che modo accetto il fatto che le mie storie, fino a quando non oltrepassano la soglia dell'effettiva visibilità collettiva, sono un qualcosa che rischia il soffocamento da autoreferenzialità?
Me lo chiedo, soprattutto perchè una larga parte dei talenti che si muovono all'interno del panorama degli indipendenti e del fumetto autoriale, vive invece (nella peggiore delle ipotesi) costruendo la sua ragione d'essere sul vanto di appartenere ad un élite, o a una nicchia.
Una cerchia di cetacei che gravitano al di fuori della categorizzazione "Fumetto di genere".
Un circuito che si autoalimenta, sostenuto dagli appassionati e dalla massa dei vari Wannabes rimanendo inconsapevolmente "fuori" dal luogo dove a rigor di logica dovrebbe trovarsi.
Dal mercato.
Anche perchè l'essere autentici di cui si parlava all'inizio, cosa che si presuma debba essere fondante quando si è "Autori indipendenti", nel momento in cui si ragiona in termini di commercio (perchè l'editoria è una categoria commerciale, giusto?), è essa stessa una caratteristica estetica "relativa" come tutte le altre. Soggetta alle regole del mercato.
Tutto questo ci porta a capire la contraddizione che sta alla base del nostro settore.
Perchè si fa finta di ignorare che viviamo in un paese dove la novità, la sperimentazione, la ricerca non sono una priorità.
Si dimentica che il nostro mercato non rischia e non mette in gioco nulla di aggressivo dal punto di vista creativo. Succede magari nel mondo della moda, del design, della ristorazione, ma non in quello del fumetto, della musica, della scrittura o del cinema. La nostra epoca è questa, ed è un riflusso che esiste non solo nel nostro mercato. Nonostante la marea di talenti straordinari di cui disponga il nostro paese.
Momentaneamente abbiamo perso gli appunti su cui c'era scritto che in Italia, nessuno fa quelle cose tanto da sfigati come avere un ufficio stampa, una redazione e uno staff che si occupi solo della promozione dei prodotti che vanno a finire in libreria ( o in edicola): nessuno fa il marketing, per i fumetti.
Ma se fare un libro a fumetti oggi, cioè buttare sul mercato una storia originale, significa tirare 1000/2000 copie di un lavoro che ci è costato due anni di fatica (quando va bene), per non guadagnarci nulla e farsi dare solo delle gran pacche sulle spalle quando si va alle fiere, o al massimo durante le presentazioni nelle librerie, dov'è il senso? Dov'é la mia voce?
Ma non se ne esce, perchè per quanti sforzi si possa fare si torna al punto di partenza.
Il ragionamento che faccio io, esula dal potere intrinseco di un opera a fumetti costruita a dovere, o creata da un autore illuminato. Un potere che travalica i circuiti di diffusione e che si impone indipendentemente da tutto, nel caso in cui sia fatto bene e piaccia.
Penso ad alcune opere, nate come autoproduzioni e arrivate con la pazienza ed il lavoro, a coprire posizioni di tutto rispetto anche sul circuito del mercato tradizionale. Quei casi isolati, che valgono come ispirazione per orde di nuovi autori che vogliono tentare la replica.
E quindi sempre lì si torna. Perchè ci si torna sempre.
Fai un progetto personale essendo te stesso, ma affrontando dei gran sacrifici senza sapere se ne verrai mai ripagato.
Fai un lavoro commerciale, facendo dei gran compromessi e rischiando di dimenticare chi sei, ma riuscendo a vivere del tuo lavoro.
Scrivo questo in un momento molto particolare, un altro bivio, lo stesso delle righe precedenti.
Un momento in cui da una parte mi si prospetta la concreta possibilità di entrare a far parte dello staff di una serie di successo all'estero, ma che mi impegnerebbe per molto molto tempo senza lasciare lo spazio per un granchè d'altro. Dall'altra avviare un grosso progetto personale, cercando di farsi meno male possibile, ora che ho più esperienza.
Vedremo.
Grazie per aver letto fin qui.
Come faccio allora ad avere voce se il circuito dell'editoria indipendente, non ha il potere di amplificarla?
Come si supera il paradosso secondo il quale, l'autenticità di cui si parlava prima, non può trovare espressione e diffusione se non utilizzando i canali commerciali?
In che modo accetto il fatto che le mie storie, fino a quando non oltrepassano la soglia dell'effettiva visibilità collettiva, sono un qualcosa che rischia il soffocamento da autoreferenzialità?
Me lo chiedo, soprattutto perchè una larga parte dei talenti che si muovono all'interno del panorama degli indipendenti e del fumetto autoriale, vive invece (nella peggiore delle ipotesi) costruendo la sua ragione d'essere sul vanto di appartenere ad un élite, o a una nicchia.
Una cerchia di cetacei che gravitano al di fuori della categorizzazione "Fumetto di genere".
Un circuito che si autoalimenta, sostenuto dagli appassionati e dalla massa dei vari Wannabes rimanendo inconsapevolmente "fuori" dal luogo dove a rigor di logica dovrebbe trovarsi.
Dal mercato.
Anche perchè l'essere autentici di cui si parlava all'inizio, cosa che si presuma debba essere fondante quando si è "Autori indipendenti", nel momento in cui si ragiona in termini di commercio (perchè l'editoria è una categoria commerciale, giusto?), è essa stessa una caratteristica estetica "relativa" come tutte le altre. Soggetta alle regole del mercato.
Tutto questo ci porta a capire la contraddizione che sta alla base del nostro settore.
Perchè si fa finta di ignorare che viviamo in un paese dove la novità, la sperimentazione, la ricerca non sono una priorità.
Si dimentica che il nostro mercato non rischia e non mette in gioco nulla di aggressivo dal punto di vista creativo. Succede magari nel mondo della moda, del design, della ristorazione, ma non in quello del fumetto, della musica, della scrittura o del cinema. La nostra epoca è questa, ed è un riflusso che esiste non solo nel nostro mercato. Nonostante la marea di talenti straordinari di cui disponga il nostro paese.
Momentaneamente abbiamo perso gli appunti su cui c'era scritto che in Italia, nessuno fa quelle cose tanto da sfigati come avere un ufficio stampa, una redazione e uno staff che si occupi solo della promozione dei prodotti che vanno a finire in libreria ( o in edicola): nessuno fa il marketing, per i fumetti.
Ma se fare un libro a fumetti oggi, cioè buttare sul mercato una storia originale, significa tirare 1000/2000 copie di un lavoro che ci è costato due anni di fatica (quando va bene), per non guadagnarci nulla e farsi dare solo delle gran pacche sulle spalle quando si va alle fiere, o al massimo durante le presentazioni nelle librerie, dov'è il senso? Dov'é la mia voce?
Ma non se ne esce, perchè per quanti sforzi si possa fare si torna al punto di partenza.
Il ragionamento che faccio io, esula dal potere intrinseco di un opera a fumetti costruita a dovere, o creata da un autore illuminato. Un potere che travalica i circuiti di diffusione e che si impone indipendentemente da tutto, nel caso in cui sia fatto bene e piaccia.
Penso ad alcune opere, nate come autoproduzioni e arrivate con la pazienza ed il lavoro, a coprire posizioni di tutto rispetto anche sul circuito del mercato tradizionale. Quei casi isolati, che valgono come ispirazione per orde di nuovi autori che vogliono tentare la replica.
E quindi sempre lì si torna. Perchè ci si torna sempre.
Fai un progetto personale essendo te stesso, ma affrontando dei gran sacrifici senza sapere se ne verrai mai ripagato.
Fai un lavoro commerciale, facendo dei gran compromessi e rischiando di dimenticare chi sei, ma riuscendo a vivere del tuo lavoro.
Scrivo questo in un momento molto particolare, un altro bivio, lo stesso delle righe precedenti.
Un momento in cui da una parte mi si prospetta la concreta possibilità di entrare a far parte dello staff di una serie di successo all'estero, ma che mi impegnerebbe per molto molto tempo senza lasciare lo spazio per un granchè d'altro. Dall'altra avviare un grosso progetto personale, cercando di farsi meno male possibile, ora che ho più esperienza.
Vedremo.
Grazie per aver letto fin qui.
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