domenica, maggio 17, 2015

Fare


Ho sempre disegnato e ho sempre pensato che sarebbe stato bello disegnare il più possibile nel corso della mia vita, fin da quando ho memoria. Ma davvero, non ci credevo nemmeno lontanamente che potesse diventare il mio lavoro. Pensavo fosse un qualcosa che mi avrebbe fatto compagnia, qualcosa di cui essere fiero, ma la possibilità di poterci guadagnare qualcosa  e che qualcuno aldilà degli amici si potesse interessare ai miei disegni non mi sfiorava nemmeno. 
L'ho già detto altre volte: la spinta principale a provarci me l'ha data lo schifo totale che provavo per gli altri lavori che ho fatto per mantenermi e l'idea che proprio non la volevo passare la vita ad assaporare giorno dopo giorno un altro boccone di quello schifo.
Lo so. Non è colpa di nessuno, è solo colpa mia. Sono sempre stato debole in questo senso. Sono sempre stato portato a pensare che sia quello che fai che ti determina: é parte della mia cultura. 
Non mi piacevano i meccanismi di quella giostra, il dovermi adattare al gioco maschio della competizione tra colleghi (anche in ambienti di lavoro dominati dalle donne) il doversi arroccare mimetici dietro posizioni posticce per ottenere poi le briciole dai clienti, il lisciarsi le piume per sembrare più appetibili ai superiori, nascondendo invece coliti, gonorree e calvizie. Non ne ero capace. Non ne vedevo le ragioni.
Per questo motivo ci ho provato a diventare altro e forse per questo ho fatto il possibile per riuscirci.
Perché ho sempre pensato: "esisterà qualcosa che posso fare in cui il mio successo sul lavoro non viene determinato dalle mie strategie sociali, (visto che sono un potenziale sociopatico) ma solo dalla qualità di quello che faccio?"
Il livello "zero" in un certo senso.

Dopo circa una dozzina di anni dall'inizio ufficiale della professione, mi avvicino pericolosamente ai 40 e la mia posizione al riguardo è sempre la stessa: la penso sempre così.
Quello che conta è quello che produco, e le modalità il più possibile "diligenti" con cui conduco il periodo di preparazione del lavoro prima di consegnarlo. Nient'altro. 
Alcune cose sono cambiate, ma sempre e comunque per la maggiore sicurezza che ho acquisito relativamente ai mezzi "artistici" e non a quelli sociali. Credo per preservare l'unica "esclusività" che secondo me esiste nel disegno e nell'attività artistica, che non ha a che fare con l'ingegno, lo sforzo dell'invenzione o tutto l'intangibile, ma solo con il fatto che per "produrre", devo confrontarmi (alla fine) solo con me stesso.

Soprattutto per questo, non me ne esco quando osservo alcuni dei miei colleghi che pensano che siano invece le altre persone dell'ambiente a determinare quello che riesci a mostrare di te stesso. Che in base a come decidi di comportarti con datori di lavoro e colleghi, cambi la tua visibilità o il tuo successo. 
Magari è vero e forse questo è il motivo per cui non diventerò mai ricco, ma lo stesso non ne esco dallo sbalordirmi ogni volta davanti a questa visione. Non capisco come tutto ciò che ho sempre detestato delle consuetudini a me note nel mondo del lavoro "non artistico" a volte entri anche nel nostro, di mondo. 

Non riesco ad adattarmi all'idea di chi pensa che le cene coi pezzi grossi, le riunioni esclusive, gli aperitivi,  i matrimoni e gli eventi in generale del nostro ambiente, siano più importanti dello studio, della palestra sui fogli, della concentrazione data dalla totale solitudine. 
Tutte le volte che mi sono costretto a partecipare a queste situazioni per un motivo che non fosse quello di strafogarmi o incontrare gli amici che durante l'anno non riesco ad vedere di persona, me ne sono sempre pentito. Se mi dite invece che è questo ciò che conta, fallirò e prima o poi mi accorgerò di essermi isolato dal mondo con la mia stessa spocchia: ne sono certo. Non sono stato abbastanza simpatico e sagace con le persone giuste. Non le ho portate a credere che fossi qualcosa di più di un semplice disegnatore.

Non capisco poi l'invidia mortale nei confronti del lavoro di un collega: di uno più bravo di te. Quella spinta viscerale che ti porta a impiegare il tuo tempo a immaginare  come fare per distruggerlo, ostracizzarlo o screditarlo perché lo vedi come il nemico ultimo da sconfiggere, invece di sedertici accanto e prenderlo come stimolo per spingerti un po' più in là. Ringraziandolo addirittura. Facendo per un volta lo sforzo  di considerare che il modo in cui lo fai tu, non sia "l'unico modo possibile". 
Siamo in pochi a fare questo lavoro e nel bene o nel male, ci si conosce tutti. Lo spazio che ognuno merita gli viene assegnato se ha talento e se è un persona ragionevole: non c'è nessun motivo di sgomitare sulle spalle degli altri. 
Invidia, gelosia sono poi paragonabili alle manie di persecuzione, al vedere complotti occulti di persone che fanno in modo che tu non possa lavorare. Anche qui e ancora una volta, perché preoccuparsi di qualcosa che non ha  a che fare con il piano "reale" della tua attività, se sei corretto e lavori bene?

Non capisco chi invece ha dei collaboratori di grande talento, degli allievi magari (nel caso si sia disegnatori e c'è qualcuno che ci dà una mano),  che potrebbero lavorare in totale autonomia visto il miracolo che hanno nelle mani vostro malgrado, ma che vengono trattenuti nell'ombra a vita, malpagati,  perché convinti con l'inganno che non sono ancora pronti per entrare nella macchina produttiva "vera". Che devono fare trentacinque anni di gavetta, che il mondo la fuori è pieno di lupi affamati. Tutto questo semplicemente perché temono possano essere potenziali "ladri" della altrui visibilità, o perché forti di quello che hanno imparato standogli accanto, li possano oltrepassare. 
Cosa paragonabile al caso in cui si tratti di collaborazione tra nuovi disegnatori di talento ed editori minori o mecenati improvvisati che li hanno accalappiati, dove il timore che il collaboratore bravo veloce ed economico, sfugga al loro controllo, li porta a mettere in gioco qualunque nefandezza umana e contrattuale. Il mercato è vasto, giovani amici alle prime armi e l'Italia, oggi, non è l'unico mercato che il vostro lavoro può raggiungere: per ogni datore di lavoro malandrino, ne esistono altri dieci di accettabili, con cui crescere senza un senso di morte sulle spalle.

Non capisco poi quelli che invece serbano i segreti del proprio lavoro come se fossero le fondamenta di ogni loro certezza. Che se qualcun' altro usasse la loro stessa tecnica, i cosiddetti "trucchi del mestiere" il loro lavoro non varrebbe più niente. Allo stesso modo in cui probabilmente, alcuni di noi pensano come gli Indios in Amazzonia,  che se ti fanno una fotografia, ti rubano l'anima. Magari la cosa può avere un senso se si parla di "contenuti",  nel caso in cui si sia autori, se qualcuno cioè ti ruba l'idea per una storia. Ma se si parla di tecnica o di stile, il discorso non sta in piedi. Io credo che se raggiungi un qualche traguardo tecnico che porti aria nuova nel settore, la cosa giusta da pensare è che anche altri lo condividano, affinchè tutto il tuo giro ne tragga vantaggio. E non parlo di produrre tante copie di quello che sei.
In questo settore ( ma in generale in ogni ambito artistico) non ha senso essere la copia di qualcun altro. Come non ha senso, rimanere sempre uguali a se' stessi. La tecnica è lo stile sono veicoli, sono accessori. Non possono e non devono essere il centro di tutto, ma solo un modo con cui percorrere il nostro tempo e renderlo più interessante.

Allo stesso modo in cui parlo di tecnica e di reiterazioni varie, non capisco quelli che pensano che un lavoro, per essere fatto bene, debba essere uguale a quello di tutti gli altri colleghi che lavorano per quella testata, o in generale per quella casa editrice. Quelli che cioè studiano in modo "mimetico" i disegni di chi lavora già, perché la matematica di una testata si risolve tutta nella reiterazione degli stessi schemi visivi. Dal mio punto di vista, confondono l'approccio artistico, con quello impiegatizio e non c'è errore più grande. Anzi:  se esiste un errore potenzialmente ancora più grande di questo, è quello di considerare l'ultimo traguardo del proprio percorso, quello di lavorare  per una grossa casa editrice pensando che da quell'altura non si potrà più scendere. Una delle cose che fino ad ora mi ha sempre salvato dall'avere delusioni ( o più in generale dal rimanere senza nulla da fare da un giorno all'altro) è purtroppo una delle prime cose che ho imparato nei miei lavori di merda precedenti e cioè che anche se tutto sembrerebbe dire il contrario, alla fine a nessuno gliene frega niente di te. Soprattutto se quello che fai è uguale a quello che fanno anche gli altri. Con l'unica differenza che la cosiddetta "libertà" che rende così speciale il nostro mestiere, ti può permettere di guardarti attorno per cercare qualcos'altro in cui collocare "il tuo modo" in qualsiasi momento e senza nessun reale vincolo di esclusività. Portare invece qualcosa di innovativo o che si è visto funzionare su altri mercati e con altre realtà editoriali , presso la casa editrice dei vostri sogni, renderà molto più sensato e appagante il vostro lavoro, una volta "acquistati".

E nell'impossibilità di capire queste cose che io vedo il mio fallimento come potenziale imprenditore di me stesso, ma credo che l'unica cosa che mi impedisca di investire in questo senso sia una punta di orgoglio nell'affermarlo. Ho sempre visto il lato esteriore di quello che faccio, ciò che avviene quando un mio lavoro viene pubblicato, come non totalmente dipendente dalla mia volontà.  Un qualcosa che non è possibile racchiudere dentro un calcolo, una pianificazione a priori. Allo stesso modo in cui, se vincessi otto milioni di euro alla lotteria, non sarei probabilmente un disegnatore migliore, penso che il fatto di ottenere e mantenere delle posizioni di rilievo agendo in malafede nei confronti degli altri che operano nel settore ( o magari anche non in malafede, ma ottenendo quelle posizioni con la strategia, il calcolo e l'astuzia e non con il talento) non cambierebbe di una virgola la qualità di quello che faccio.
Quello che ho ottenuto avendo questi come princìpi, è stato riuscire quasi sempre a lavorare su cose che mi piacevano davvero, facendo pochi compromessi, o facendo compromessi assolutamente non nocivi per quello che volevo mostrare del mio modo di operare.
E' un valore? Più probabile sia una giustificazione che darò a me stesso nel caso in cui dovessi cadere: se non riuscissi più a fare nulla. 
Il pensiero di essere partecipe di una qualche forma di etica, di qualunque natura essa sia,  mi appare sempre un'astrazione  che non ha a che fare con la realtà delle cose. 

Tra tante astrazioni di cui dubitare, mi sembra però quella di cui posso essere meno scettico.

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